Open-access L’oralità nello spazio della storia pubblica del lavoro

Orality in the Space of the Labour Public History

A oralidade no espaço da história do trabalho público

RIASSUNTO

L’articolo utilizza i metodi della storia orale e lo spazio creato dall’oralità stessa per esplorare come le persone e i soggetti collettivi maneggiano il passato – per ragioni diverse e attraverso percorsi anche molto distanti tra loro – in relazione al lavoro. Sulla scorta di una tradizione di storia pubblica che proprio nelle vicende delle classi subalterne ha trovato linfa e riflessioni metodologiche, nel corso del testo verranno problematizzati diversi nodi, come quelli dell’identità di mestiere, della coscienza di classe, della professionalità e dell’agentività, mostrando come l’uso pubblico del passato entri a far parte delle strategie di resistenza di lavoratori e lavoratrici arrivando per questa via a lambire la storia pubblica. Sul filo della personale esperienza di lavoro dell’autore e attraverso esempi concreti di casi italiani, tra XX e XXI secolo, nel testo si palesa la dialettica tra l’uso pubblico del passato e la storia pubblica fino ad arrivare al tema della memoria pubblica, indagata attraverso uno sperimentale approccio ludico che ancora una volta mette al centro l’oralità come pratica dall’inscindibile duplice valore partecipativo e conoscitivo. Ne emerge che il passato ancora conta, e che il suo uso pubblico va accettato come una risorsa per la stessa pratica storiografica.

PAROLE CHIAVE
Oralità; agência; lavoro

ABSTRACT

The article uses the methods of oral history and the space created by orality itself to explore how people and collective subjects handle the past – for different reasons and through paths that are also very distant from each other – in relation to labour.On the basis of a tradition of public history that has found nourishment and methodological reflections in the events of the subaltern classes, various issues will be problematized throughout the text, such as those of professional identity, class consciousness, professionalism and agency, showing how the public use of the past becomes part of workers’ resistance strategies, thus coming to touch public history. On the basis of the author’s personal work experience and through concrete examples of Italian cases, between the 20th and 21st centuries, the text reveals the dialectic between the public use of the past and public history up to the theme of public memory, investigated through an experimental ludic approach that once again places orality at the center as a practice with an inseparable dual value of participation and knowledge. It emerges that the past still matters, and that its public use must be accepted as a resource for the practice of historiography itself.

KEYWORDS
Orality; agency; labour

RESUMO

Este artigo emprega os métodos da história oral e o espaço proporcionado pela própria oralidade para examinar como indivíduos e sujeitos coletivos lidam com o passado — por diferentes razões e por meio de caminhos que também são diversos entre si — em relação ao trabalho. Baseando-se em uma tradição de história pública que se nutriu dos eventos das classes subalternas e das reflexões metodológicas a eles associadas, diversas questões serão analisadas ao longo do texto, tais como identidade profissional, consciência de classe, profissionalismo e agência, demonstrando como o uso público do passado se integra às estratégias de resistência dos trabalhadores, assim contribuindo para a história pública. Embasado na experiência profissional do autor e por meio de exemplos concretos de casos italianos, entre os séculos XX e XXI, o texto evidencia a dialética entre o uso público do passado e a história pública, culminando no tema da memória pública, investigado por meio de uma abordagem experimental lúdica que mais uma vez destaca a oralidade como uma prática com um valor duplo e inseparável de participação e conhecimento. Torna-se evidente que o passado ainda tem relevância, e que seu uso público deve ser considerado um recurso para a prática da própria historiografia.

PALAVRAS-CHAVE
Oralidade; agência; trabalho

In questo testo partirò dal nesso strettissimo che esiste tra i metodi della storia orale e la storia pubblica per poi utilizzare la stessa oralità come chiave per cogliere l’uso del passato che esiste nella società, così come l’esistenza di una memoria pubblica che agisce sottotraccia, ma in maniera concreta, plasmando l’immaginario storico di cui la popolazione è portatrice.1 E proverò anche a individuare la sottile linea che intercorre tra l’uso pubblico del passato, anche cosciente, da parte delle persone, dei movimenti sociali e delle organizzazioni sindacali dalla storia pubblica.

L’osservatorio da cui muovo è inserito dentro a quest’ultimo aspetto e merita quindi di essere esplicitato fin da ora. Da poco più di quindici anni lavoro come storico per il più grande ad antico sindacato italiano, la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), attualmente in qualità di direttore di una delle sue strutture dedicate alla storia, la Fondazione Valore Lavoro. Da questa posizione ho potuto negli anni declinare e praticare un’idea di storia pubblica che coniuga la ricerca storiografica con la divulgazione, l’interazione e la partecipazione, in quella che potremmo caratterizzare come una pratica costante di ricerca-azione sulla storia fatta in ambito sindacale, dove il sindacato stesso, in quanto soggetto collettivo, diventa partecipe a pieno titolo della propria storia pubblica.

Voglio pertanto iniziare da una “scoperta” che ho fatto agli inizi di questa esperienza. Nel 2010, chiamato dal sindacato a indagare e raccontare attraverso la storia orale l’occupazione di un call center, come forma di storia pubblica per restituire una vicenda del presente ingaggiando attivamente le lavoratrici nella scrittura della propria storia, mi ero approcciato in un primo momento a quel mondo del lavoro con le idee tipiche di uno storico e attivista di sinistra della mia generazione – sono nato alla fine degli anni Settanta – imbattendomi però in qualcosa di molto diverso da ciò che mi aspettavo: pensavo che mi sarei trovato di fronte a racconti di odio verso quel tipo di lavoro, di sentirmi raccontare storie di alienazione, di un lavoro insopportabile e senza nessun profilo professionale, di un lavoro che si faceva perché non si trovava niente di meglio. Dovetti ricredermi subito. Di fronte all’immagine che di quel lavoro aveva il mondo esterno – a cui appartenevo anche io all’inizio – le lavoratrici puntavano i piedi, si ribellavano, sottolineavano gli stereotipi, dichiaravano che quel lavoro gli piaceva. I racconti delle persone in carne ed ossa mettevano cioè radicalmente in discussione le visioni costruite attraverso i filtri della teoria politica.2

Si potrebbe ovviamente obiettare che in realtà questo processo di revisione delle proprie idee di partenza sia connaturato all’indagine storiografica condotta seriamente, con onestà intellettuale e rigore scientifico, ben sapendo che in ogni ricerca si sa da dove si parte ma non si conosce in anticipo dove si approderà, e che il mestiere di storico prevede non solo la ricerca delle fonti ma anche la disponibilità a farsi guidare da queste ultime dentro al proprio oggetto di indagine. Tuttavia le fonti orali aggiungono un di più. Di fronte alle persone che ci donano i loro racconti, a differenza del classico documento d’archivio, la raccolta delle storie condotta in prima persona aggiunge un elemento: la co-autorialità.

Si tratta di un aspetto che spalanca le porte della storia orale come attività di storia pubblica, o di Public History, come è invalso chiamarla in Italia,3 categoria “ombrello” che copre un campo di pratiche molto vasto e su cui converrà soffermarsi un momento prima di proseguire, per chiarire che cosa intendiamo qui per storia pubblica e perché riguarda il concetto di autorialità condivisa.

QUALE STORIA PUBBLICA?

La nascita della categoria di storia pubblica è attribuita allo storico statunitense Robert Kelley alla metà degli anni Settanta. Quello che Kelley aveva in mente era da una parte la professionalizzazione dello storico che si trova ad operare per il pubblico fuori dall’accademia, creando e maneggiando una gamma di artefatti culturali a fini divulgativi, e dall’altra un’idea di “utilità” della storia come strumento pratico, da utilizzare per affrontare i problemi del presente. Un filone, quest’ultimo, progressivamente poi definito come “storia applicata”. Tuttavia un decennio prima, alla metà degli anni Sessanta, lo storico britannico Raphael Samuel (1981) aveva fondato il movimento degli History Workshop e la People’s history, che battevano sul duplice tasto della storia militante e della partecipazione del pubblico, inteso come le classi sociali subalterne, alla stessa operazione storiografica. Le due correnti viaggiarono in parallelo, ritrovandosi però a intrecciarsi in numerose occasioni, dato l’esito pubblico delle rispettive attività. I people’s historians, pur considerandosi public historians, iniziarono allora a sottolineare la loro diversità rispetto a una storia pubblica vista come associata al settore commerciale e ad un approccio che non muoveva dal coinvolgimento attivo del pubblico nella pratica del fare storia, limitandosi a facilitarne la ricezione. Lo statunitense James Green (1986, p. 340) – tra gli importatori dei metodi degli History Workshop negli Stati Uniti e a cui si deve una profonda riflessione sulle capacità mobilitanti della memoria a fini politici e sul potere della storia nella costruzione dei movimenti sociali – argomentava così nel 1986 questa diversità:

we have tried to provide a kind of people’s history service for institutions, groups, and labor unions that might otherwise overlook historical education or turn to commercial outfits specializing in “public history”. We see the Workshop as part of the trend toward public history, but we prefer to call our efforts “people’s history” because we reject the mainstream approach, which presents professional historians as experts who do history for the public. We want to work with the public in a democratic, participatory way and help organize projects that will enable people to do their own history. (Green, 1986, p. 340).

Nel 1991 l’australiano Graeme Davison (1991, p. 5)identificava tre paradigmi distinti sotto l’ombrello della storia pubblica: la Public History; la People’s history; l’Applied History. Ma dal filone della People’s History scaturiva in quegli anni l’originale riflessione di Michael Frisch sull’autorialità condivisa (Noiret, 2017, p. 11), che lui stesso situava in una stretta connessione tra la storia orale e la storia pubblica. Una riflessione che si sviluppava sul terreno delle pratiche concrete e che lo portava a interrogarsi su chi fosse veramente l’autore nella storia orale, lo storico o il testimone? E da qui su come veniva rappresentata, o oscurata se non mistificata, questa relazione. Da una parte, nella storia pubblica l’enfasi veniva posta sui prodotti divulgativi, dall’altra Frisch definiva come una “guerrilla war” contro lo studioso la pretesa di affidare l’autorialità completamente al pubblico o al testimone. Si trattava di un aspetto che investiva la gerarchia dei ruoli e il potere. La nozione di una “shared or sharable authority” poteva aiutare a risolvere questi dilemmi. Per Frisch (1990, p. XXII):

If oral historians need to understand that their method involves much more than the extraction of knowledge from human history mines, public historians need to realize that their method can do much more than merely redistribute such knowledge. It can, rather, promote a more democratized and widely shared historical consciousness, consequently encouraging broader participation in debates about history, debates that will be informed by a more deeply representative range of experiences, perspectives, and values. All of this matters, finally, because these reflections about history take place in, and should have meaning for, the present.

In queste pagine seguiremo l’idea di storia pubblica suggerita dalla People’s History e da studiosi come Green e Frisch. Non porremo quindi l’accento sugli artefatti, o “prodotti”, culturali a contenuto storico ma sul confine mobile, continuamente rinegoziato, tra lo storico e i suoi co-autori e sulle pratiche di interazione e partecipazione che possono avvenire nello spazio della storia pubblica attraverso l’oralità. Pratiche che avvengono nel presente e che parlano quindi di storia anche al presente.

La storia pubblica che discuteremo inoltre è tematizzata, riguarda il mondo del lavoro e delle sue organizzazioni, è storia pubblica del lavoro. Qui la co-autorialità può prendere due declinazioni: una incentrata sulle persone che lavorano o fanno sindacato ingaggiate come testimoni, come soggetti che singolarmente partecipano alla ricerca e all’attività di storia pubblica; e un’altra meno riconosciuta ma nondimeno effettiva, che coinvolge e ingaggia le strutture collettive, associative, anche quelle fortemente strutturate come i sindacati, in quanto attori collettivi composti a loro volta da persone che compartecipano con questa natura alla storia pubblica del lavoro. In quest’ultimo caso le strutture collettive e le organizzazioni sindacali non possono essere ridotte a semplici “committenti” poiché intessono un dialogo con gli storici, contribuiscono a definire il progetto di ricerca – e nella nostra idea non c’è storia pubblica senza ricerca scientifica – fino alla “restituzione”.

L’ORALITÀ, IL LAVORO, LA COSCIENZA E L’IDENTITÀ

Partiamo da un elemento che affiora spesso nel fare storia pubblica, anche del lavoro: l’identità. Qui ha almeno due facce: quella individuale, della singola persona; e quella collettiva, di gruppo, di comunità, di classe. Due poli non separati ma in dialogo fra loro, che si ridefiniscono a vicenda continuamente. Una dialettica che è stata perfettamente inquadrata da Edward Palmer Thompson (1963, p. 9) nel famoso passaggio iniziale di The Making of the English Working Class:

By class I understand an historical phenomenon, unifying a number of disparate and seemingly unconnected events, both in the raw material of experience and in consciousness. I emphasise that is an historical phenomenon. I do not see class as a ‘structure’, nor even as a ‘category’, but as something which in fact happens (and can be shown to have happened) in human relationships(Thompson, 1963, p. 9).

Thompson elaborava così un’idea di classe come frutto di reti di relazioni e di interazioni che danno vita a processi storici. Va da sé che queste avvengono attraverso la comunicazione, si svolgono cioè nello spazio dell’oralità, della parola detta a voce che costituisce la forma comune attraverso cui le persone si relazionano tra di loro. Passaggi che possono farci vedere come la classe, o la formazione di un’identità collettiva, avviene, o non avviene, nel corso della storia.

In aggiunta si deve rimarcare che il lavoro è un potente agente di costruzione delle identità, che tuttavia necessita di essere problematizzato per non cadere nello schematismo lavoro uguale identità di mestiere, e da lì poi di classe. E si deve sottolineare anche che identità e coscienza non sono due termini sinonimi, anche se a volte possono apparire tali e se tra i due termini sussiste senz’altro una tensione dialettica. Certo la “comunità immaginata” può essere anche di classe, o di mestiere, ma quello che Thompson intendeva per classe che avviene nei rapporti umani era la maturazione di una coscienza, la presa d’atto di una condizione sociale che crea una comunità agente, non la costruzione di un’identità collettiva che è invece un costrutto socio-culturale non necessariamente agente, più virato verso la perimetrazione di chi vi appartiene e chi no, e non per forza sentita in maniera cosciente.

Si deve quindi prestare attenzione all’opera concreta di numerosi fattori personali, relazionali e di autorappresentazione, in un quadro in cui le persone cambiano nel corso della vita, cambiano anche lavoro e non è detto che ne esercitino uno solo. La pluriattività è semmai una condizione umana comune nella storia, mentre l’autorappresentazione è la risultante di una negoziazione interiore tra le identità plurali che investono la persona e i cambiamenti che attraversa, ma anche delle pratiche di resistenza che i lavoratori agiscono. Luisa Passerini ha messo in discussione l’idea di un’identità legata al lavoro come semplice risultante del tipo di mestiere e delle forme di organizzazione del lavoro, inserendo nel conto anche altri fattori, come l’autostima, il valore sociale del lavoro, le condizioni concrete di vita, il retroterra culturale. Riflettendo sull’autorappresentazione ha sviluppato l’idea che i racconti orali, a volte, restituiscano quelle che ha definito come “identità senza sviluppo”, ovvero testimonianze che non riescono a rappresentare le trasformazioni, che sono quindi antitetiche all’idea di coscienza consapevole (Passerini, 2024, p. 67).

Ho incontrato qualcosa di simile alle “identità senza sviluppo” lavorando sul movimento sindacale mezzadrile4 a Pistoia tra il 2013 e il 2015, in un’attività che combinava la ricerca storiografica con l’allestimento di una mostra di cultura materiale basata su “oggetti narranti” (strumenti di lavoro, oggetti di casa, materiali sindacali) e raccolte di memorie. Sul piano storico emergeva come il movimento sindacale avesse prospettato un superamento della mezzadria che era anche un’idea di sviluppo agricolo non capitalista. Un’progetto storicamente sconfitto e che, a differenza del movimento operaio industriale, ottenne anche pochissimi risultati contrattuali e nelle concrete condizioni di vita, mentre la mezzadria finiva con la fuga dalle campagne e la trasformazione delle famiglie mezzadrili in operaie, artigiane o di piccola e media imprenditoria. Nel corso del progetto emerse come la sconfitta, combinata all’esodo repentino dalle campagne, avesse creato una frattura, un nodo irrisolto, il senso di una storia “senza sviluppo”, che ha contribuito alla scomparsa della memoria del movimento mezzadrile. I testimoni intervistati faticavano a ricordare il movimento e le sue rivendicazioni. Solo i sindacalisti lo facevano, dato il suo rilievo nella loro vicenda biografica. Ma anche nei loro racconti riemergeva una difficoltà a parlare della fine della mezzadria in quanto esito spiazzante e mai digerito, che non erano in grado di posizionare rispetto a una storia fino a quel momento coerente, finendo per enfatizzare solo l’importanza che la politicizzazione dei mezzadri aveva avuto per la costruzione della democrazia italiana (Bartolini, 2015). Anche tra gli ex mezzadri che visitavano la mostra era riscontrabile un atteggiamento simile: donavano volentieri i propri ricordi, raccontavano come funzionava l’aratro, ma restavano muti davanti alla parte sul sindacato.

Questa caratteristica è divenuta ancora più evidente due anni dopo, nel 2017 e sempre a Pistoia, in un progetto costruito nelle stesse forme ma dedicato al lavoro e al sindacalismo industriale, dove invece gli ex sindacalisti e gli ex operai non ebbero alcun problema a parlare degli strumenti di lavoro che trovavano esposti e delle battaglie sindacali a cui avevano partecipato, con la parte del pubblico estranea per biografia a queste vicende che non indulgeva in sentimenti bucolici come nella mostra sui mezzadri ma si confrontava politicamente con un passato approcciato quasi come un “passato che non passa”. Nonostante le sconfitte politiche del sindacato e la scomparsa dei partiti socialisti e comunisti – che nel corso del Novecento avevano incarnato l’idea dell’emancipazione attraverso il lavoro – non c’era il senso di una frattura, semmai c’era la rivendicazione di quella storia – e di quell’identità che è anche coscienza in questo caso – presentata quasi come un’epopea che continua a parlare al presente, anzi che deve farlo, investendo i testimoni, per dirla con Annette Viewiorka, di un “dovere della memoria” che “assegna al testimone e alla sua testimonianza una finalità che va ben al di là del racconto di un’esperienza vissuta” (Viewiorka, 1999, p. 144). Senz’altro ha pesato il fatto che la fabbrica di treni simbolo del movimento operaio pistoiese ancora esista su quel territorio, circostanza che contribuisce a non creare l’immaginario di una totale deindustrializzazione – che pure c’è stata in forme massicce – e che quindi l’industria abbia ancora un ruolo, e con essa gli operai.

Prima di trovarmi davanti ai due casi canonici di contadini e operai, tra il 2009 e il 2010 avevo però già incontrato, come detto in apertura, i nodi dell’identità, della coscienza e del racconto del lavoro nel call center Answers5. Un luogo dove passato e presente si presentavano in una sorta di compresenza: nell’organizzazione della produzione; nei repertori del conflitto; nel linguaggio; nell’immaginario culturale. Non solo. Seguendo il filo delle diverse generazioni di lavoratrici si poteva osservare la compresenza di culture del lavoro preesistenti, e di varia provenienza, così come di “non culture” tra le giovanissime alla prima o quasi esperienza lavorativa. Il quadro era ulteriormente arricchito da una caratteristica organizzativa del lavoro, l’essere cioè una forma di “produzione di telefonate” che sul piano esteriore rimandava all’immagine di un ufficio ma su quello produttivo al modello fordista-taylorista, con tanto di forme di cottimo, che mi portò a definirla come una “fabbrica delle chiamate”. Questo aspetto complicava e costruiva l’idea che avevano di quel lavoro le persone, con continui rimandi a un linguaggio di fabbrica, anzi lo stesso spazio di lavoro – un capannone industriale riadattato a call center – portava a volte nelle interviste a sentir chiamare il luogo di lavoro come “la fabbrica”. In questo contesto le lavoratrici avevano costruito progressivamente una professionalità, con le relative strategie pratiche e un corollario di autostima che si tramutava in un’idea di dignità sul lavoro, agli inizi declinata al singolare. In un quadro di socialità ridotta al minimo tuttavia questa autostima legata alla professionalità aveva permesso di creare il terreno comune in cui riconoscersi solidalmente arrivato il momento della lotta. Frammentatissime fuori dal luogo di lavoro, con niente di simile a una comunità operaia in cui vivere, con gusti e consumi diversissimi, retroterra di ogni tipo e una provenienza geografica che toccava almeno tre province toscane (Pistoia, Prato e Firenze), le lavoratrici avevano aggirato la costruzione di un’identità di mestiere ma avevano sviluppato una coscienza in comune, che consentiva loro di mettere in campo una comunità solidale nel luogo di lavoro sulla base della professionalità e della dignità, tramutando un’identità professionale personale in una collettiva quando era arrivato il momento della lotta.

Questo ruolo della professionalità nella costruzione delle identità e delle coscienze e nel divenire elemento su cui si può articolare il conflitto ci rimanda alle riflessioni di Giovanni Contini. Dai suoi studi emergono fortemente il “saper fare” ed il “sapere” dei lavoratori, fatto di conoscenze empiriche e della capacità di porre in essere soluzioni pratiche da cui si sviluppa una professionalità, che viene anche trasmessa oralmente, in maniera orizzontale, tra i lavoratori e tra le generazioni. Per Contini si tratta di un elemento agente e di potere, di una conoscenza spesso misconosciuta da parte dei tecnici, dei manager, dei padroni, in quella che è una linea di tensione anche tra le forme del sapere: quello tecnico, “scientifico”, delle direzioni e quello empirico del lavoro. Un sapere che i lavoratori cercano di difendere per non perdere un potere ma anche per non cederlo senza corrispettivo lungo la linea di un riconoscimento che porta a forme di conflitto continue, in talune occasioni anche strutturate sindacalmente e quindi coscienti (Contini, 2020; 2022).

La strutturazione di quella che potremo chiamare un’identità-cosciente è emersa in maniera limpida in una ricerca di Alberto Scaggiante sui cantieri Breda di Porto Marghera. Lo studio ha mostrato come la memoria del passato e la conservazione di un’identità di mestiere artigianale – a prescindere da una professionalità ormai estranea al saper fare artigianale a seguito dei processi di ristrutturazione produttiva – fosse servita ai lavoratori, tra gli anni Settanta e Ottanta, come strumento di dialogo intergenerazionale e di sindacalizzazione per difendere spazi di autonomia e di libertà nel lavoro. E il ruolo del racconto orale era stato centrale in questo processo in cui gli anziani e i giovani erano stati in grado di “immaginarsi parte di una medesima comunità” (Scaggiante, 2022, p. 193). Se per gli anziani essere artigiani voleva dire conservare margini di libertà, per i giovani assumere questa identità – sul piano produttivo oramai dismessa – serviva per immaginarsi come comunità. In pratica “la continuità sociale e politica della comunità operaia fu di fatto garantita dall’oralità e dalla reciproca scoperta dialogica che […] si basava su una dinamica di racconto-ascolto” (Scaggiante, 2022, p. 195).

Con questo esempio, che ben riflette quello che intendeva Thompson quando affermava di vedere la classe come qualcosa che avviene nei rapporti umani, arriviamo a toccare il nesso tra l’agentività e la storia pubblica.

L’USO DEL PASSATO COME FORMA DI AGÊNCIA

L’antropologa Sian Lazar (2023, p. 14), in una recente e approfondita analisi per uscire dall’immaginario forgiato dal paradigma fordista, scrive:

If we seek workers political agency only in relatively formalized and overt forms of resistance to oppression […] we risk a kind of analytical foreclosure as well as political despondency. If instead we set out to examine the agentive possibilities in the everyday politics of worker’s lives, what we find is a huge range, from resistance to accommodation to escape and everything in between. We see collective action in organized and disorganized modes, we see action by individuals or house-holds, and by extended kinship networks. And we realize that much of what drives that is the desire to be able to sustain and care for others.

La sua visione di labour agency è ampia, riferita semplicemente a come i lavoratori agiscono per migliorare le proprie condizioni, con azioni di resistenza che, sulla scorta di James Scott, vanno riconosciute anche attraverso l’utilizzo di “armi” quotidiane e forme di doppio linguaggio, pubblico e “segreto”, non sempre facili da penetrare (Scott, 1985; 1990).

Ai fini del nostro discorso è utile integrare dentro a queste idee anche le osservazioni di James Robert Green, secondo il quale le lotte sociali richiamano il passato per averne istruzioni e ispirazione sottolineando “he role of historical consciousness in movement building and in the mysterious processes that create human solidarity”. Le persone, e i movimenti collettivi a cui danno vita, ricercano “a usable past that will help” (Green, 2000, p. 1), dato che le opinioni sul passato hanno poi conseguenze sul presente, nel senso che il modo in cui si pensa al passato influenza il modo in cui si agisce nel presente in maniera concreta. Secondo Green, “workers often seemed to find inspirations in movement stories of past struggles that reaffirmed their own values and commitments”. In particolare

historical narratives can do more than redeem the memory of past struggles; they can help people think of themselves as historical figures with crucial moral and political choices to make, like those who came before them. For activists in besieged unions, movement history creates an opportunity to consider moral questions, political problems, and strategic proposals in the light of history, as part of the labor movement’s continuously unfolding story (Green, 2000, p. 11).

Appare pertanto ragionevole considerare il “passato utilizzabile” come una componente dell’agentività delle persone.

Non sorprende ritrovarne degli esempi nella lotta degli operai della GKN, in provincia di Firenze, contro la chiusura della fabbrica e i licenziamenti6. Si tratta di una vertenza che dall’estate del 2021 ha riempito i social network e le cronache di giornali e televisioni, costruendo anche un’azione culturale di tutto rispetto, come il Festival nazionale di letteratura working class (Gabbriellini, 2023: Paris, 2023). Un’azione che proprio nella storia ha trovato fin dagli esordi un valido strumento argomentativo e di costruzione di un immaginario aggregativo, con un forte ricorso alla fraseologia della Resistenza italiana contro il nazifascismo. A partire dallo sciopero generale del luglio 2021 e nelle manifestazioni successive – tra cui quelle simbolicamente svoltesi l’11 agosto, anniversario della Liberazione di Firenze – in piazza è apparsa una forma di antifascismo operaio strettamente legato al patriottismo resistenziale, che parla della salvezza dell’Italia attraverso il lavoro, come faceva negli anni Quaranta e Cinquanta il carismatico leader dell’antifascismo e della CGIL Giuseppe Di Vittorio (2007). Quello che viene rivendicato non è il salvataggio del proprio posto di lavoro – come spesso avviene – ma un ragionamento più vasto che parla di “salvare il lavoro”, cioè la produzione, il territorio, il Paese. E che cerca di includere anche il mondo del lavoro non operaio. Dopo anni di attacchi alla memoria della Resistenza, una mobilitazione di lavoratori si è imposta sulla scena aprendo i propri cortei con la bandiera della brigata partigiana Garibaldi “Senigaglia” (operante nel fiorentino) e con uno striscione con la scritta “Insorgiamo”, riprendendo lo slogan dell’organizzazione antifascista Giustizia e Libertà “insorgere-risorgere”, (Bartolini, 2021) chiamando a un’insorgenza che mira alla difesa del territorio e della produzione, le stesse note che suonò il partigiano e poi Presidente della Repubblica Sandro Pertini (1965) nel suo proclama radio insurrezionale del 25 aprile 1945: “per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine”.

Quello della GKN è un esempio del potere del passato nel costruire movimenti sociali, non è “uso politico della storia” nella sua accezione negativa e manipolatoria, ma la presenza di un immaginario storico, di una genealogia di riferimento, come parte dell’agentività di questi lavoratori organizzati collettivamente, che ci rimanda alla presenza di un workers heritage7 a cui i lavoratori possono attingere. Cosa che in questo caso avevano già fatto in precedenza, creando alcuni anni prima i “delegati di raccordo” all’interno dell’azienda, una figura intermedia tra il “Collettivo di fabbrica” – un’organizzazione interna orizzontale e assembleare – e le Rappresentanze sindacali unitarie (RSU) – struttura sindacale interna all’azienda prevista nel quadro del sistema di relazioni industriali italiano – ispirata esplicitamente alla tradizione dei Consigli di fabbrica.8 La consapevolezza del valore del workers heritage si ritrova anche nel discorso con cui nel 2023 uno degli esponenti del Collettivo di fabbrica, Dario Salvetti, ha chiuso la prima edizione del Festival di letteratura working class dentro alla fabbrica occupata, rivendicando la “tuta blu”:

A me una cosa che mi ha sempre scassato, veramente l’ho sempre trovata una violenza, è il loro tentativo di cancellare la tuta blu come concetto. A un certo punto ci tolgono proprio la tuta blu. Impongono queste tute bianche – pensate a uno che lavora in officina col grasso: oltre a essere una cosa irrazionale, come irrazionali sono tante cose che fanno, significa trovarti tutto sporco con questa tuta che ti fa sentire a disagio e non orgoglioso della divisa. È un piccolo elemento di indebolimento della tua psicologia, del tuo sentirti appunto tuta blu; hanno individuato che lì c’era un elemento di appartenenza, di orgoglio, e quindi quell’orgoglio andava piegato: dovevi passare alla tuta bianca che, oltre a essere bruttissima in un luogo metalmeccanico, serve a farti sentire a disagio.

In quella stessa occasione, Salvetti coglieva l’importanza della trasmissione dei racconti orali all’interno della fabbrica, più o meno come avevano fatto prima di lui gli operai di Porto Marghera:

chi entrava in GKN accedeva a un enorme racconto orale tramandato da generazioni e generazioni, fatto di aneddoti goliardici, di scioperi, di insegnamenti, di tradizioni. Il più classico era il passo FIAT: per lavorare, dovevi andare col passo FIAT… Cioè lentamente. Era una delle prime cose che i vecchi ti raccomandavano entrando in fabbrica. Ovviamente spezzare, precarizzare, subappaltare, suddividere, rendere continuamente licenziabile serve anche a rompere queste terminazioni nervose che ti permettono di ricevere una storia orale e, a tua volta, di diventare capace di raccontarla.9

Tuttavia questa non è storia pubblica ma capacità agente, anche se è indubbio che la storia pubblica porti con sé una valenza sociale e politica che rimanda a pratiche di storiografia engagé. Quello che separa un’agentività che utilizza un discorso sul passato dalla storia pubblica, agita anche in uno spazio politico, è l’intervento degli storici e delle storiche dentro a questi processi, che innesca riflessioni e negoziazioni.

TRA AGÊNCIA E STORIA PUBBLICA

Sempre a Firenze sopravvive un’industria storica, la Pignone, le cui radici affondano nella prima metà del XIX secolo. È una fabbrica simbolo delle lotte operaie, con un’iconica foto dell’occupazione durante il Biennio rosso, nel 1920, che si ritrova un po’ ovunque. Forte nella memoria è anche l’occupazione del 1953 per salvare la fabbrica dalla paventata chiusura. Oggi l’azienda si chiama Nuovo Pignone, è all’avanguardia nei mercati globali della meccanica ed appartiene a una multinazionale, la Baker Hughes. La proprietà punta sulla storicità del marchio in chiave di mercato, e vede nella storia, e nel patrimonio documentale conservato in fabbrica, una risorsa pubblicitaria da attivare attraverso una narrazione mirata. Da qui l’interesse e l’investimento sull’archivio storico dell’azienda, approcciato come industrial heritage. Un investimento fatto in maniera ragionata e con gli strumenti adeguati, coinvolgendo l’università, finanziando delle borse di studio e un dottorato. Il progetto “Archivio storico Nuovo Pignone” mira a costituire in forma compiuta l’archivio dell’azienda, con particolare attenzione non solo alle carte ma soprattutto alle fotografie e ai disegni tecnici. Ma l’obiettivo, più che la costruzione di un archivio a disposizione degli studiosi e della comunità locale, è quello di arrivare ad un sito internet con gli strumenti della realtà aumentata, da usare come mezzo pubblicitario e per realizzare tour virtuali nella storia della conoscenza aziendale durante gli incontri con le committenze.

Il progetto è stato presentato nel 2023. In quell’occasione ero presente anche io e al termine dello “spettacolo” incrociai i delegati sindacali della FIOM10, che si lamentavano per l’esclusione da tutta l’operazione e per il fatto che l’azienda detenesse nel suo archivio documenti che, secondo loro, appartenevano al sindacato. Dalla descrizione compresi che si trattava della tipica raccolta a fini di sorveglianza che fanno le grandi industrie. Ad ogni modo il tema era che “l’archivio” lo volevano avere anche gli operai.

Ci ritrovammo dopo qualche mese in fabbrica, presso la palazzina destinata alle RSU dove è conservato l’archivio del Consiglio di fabbrica. La struttura è adornata con numerose foto storiche del sito produttivo, di scioperi e manifestazioni. Quando arrivai era appena avvenuto un incidente a un macchinario, fortunatamente senza conseguenze. I lavoratori discutevano, ricostruivano con disegni fatti a mano la dinamica, evidenziavano che avevano detto più volte all’azienda che quella lavorazione era pericolosa. Mi ricordai immediatamente la lezione sulla professionalità costruita dal basso e la sua valenza conflittuale. Ma nonostante il frangente, i lavoratori erano euforici per la mia presenza e mi mostrarono un patrimonio archivistico enorme: carte, fotografie, video, documenti digitali. Rivendicavano la cura della loro memoria storica. Dietro i cancelli della fabbrica c’è una targa in ricordo degli operai deportati dai nazisti dopo gli scioperi del marzo 1944, tutti gli anni fanno un’iniziativa interna per il 25 aprile11.

I lavoratori sentivano il fiato sul collo dell’iniziativa aziendale, temendo che la proprietà avesse messo gli occhi sul loro archivio conservato in quelle stanze. Per cui, così come l’azienda aveva attivato delle professionalità attraverso l’università, loro intendevano attivare la “loro” professionalità in materia, che ero io. Gli spiegai che la strada migliore era quella di sviluppare una progettualità autonoma per la salvaguardia del patrimonio archivistico e ci accordammo per presentare un progetto a un bando del Ministero della cultura nel 2024, che riuscimmo a vincere.

Si tratta di un intervento pionieristico: a quanto risulta nessuno in Italia ha mai provato a rendere fruibile un archivio sindacale aziendale mentre l’impresa è ancora attiva e le carte sono conservate al suo interno. È una sfida, di cui non sfugge la valenza politica. Il lavoro viene poi svolto da Mariamargherita Scotti dell’Istituto De Martino, che mi mostrò molto orgogliosa il cartellino aziendale da “archivista FIOM” per accedere alla fabbrica. Mesi dopo ci rivediamo tutti insieme in fabbrica. Adesso per i sindacalisti il passaggio è diventato un altro: inserire l’archivio tra i temi oggetto di contrattazione con la proprietà, facendolo dialogare con l’archivio aziendale ma mantenendone l’autonomia e rivendicando la cittadinanza del workers heritage nel racconto della fabbrica, che sarà la sfida dei prossimi anni.

Questo della Pignone è un esempio di come la storia e il patrimonio storico possano diventare un elemento di agentività dei lavoratori, addirittura formalizzato sul piano sindacale, nel quadro di un progetto di storia pubblica incardinato sopra a un punto politico: far esistere i lavoratori come soggettività protagonista nella storia della fabbrica.

Un ulteriore esempio arriva da un altro lavoro in corso. Nel 2024 sono stato contattato da un gruppo di ex lavoratori della Breda di Pistoia, ancora attiva con il nome di Hitachi Rail dopo l’acquisizione da parte della multinazionale di origine giapponese. Facevano parte di un’associazione (il Gruppo Lavoratori Anziani BREDA Costruzioni ferroviarie) e non erano né operai né sindacalisti ma tutti tecnici del reparto di progettazione treni. Mi spiegarono che stavano pensando a un convegno sulla storia della fabbrica, incentrato sui cambiamenti produttivi, sull’informatizzazione e sulla proiezione internazionale dell’azienda sui mercati esteri. Da me volevano un’introduzione storica. Rilanciai proponendogli di realizzare una serie di interviste, a loro ma anche agli operai, senza tralasciare le donne. Ne furono intrigati e accettarono con curiosità.

Mi sono così addentrato nel racconto della fabbrica da più punti di vista: dei tecnici, degli operai, delle segretarie e delle operaie. Sono memorie tra loro molto diverse. I racconti dei progettisti esprimono apparentemente l’archetipo della narrazione del progresso, con una rapida informatizzazione presentata in positivo. Tuttavia nel corso delle conversazioni ho compreso come l’avvento dei programmi di disegno informatici abbia determinato un cambiamento non sempre ben accetto: si passava da un lavoro a mano al tecnigrafo, sentito come più artigianale e creativo, a uno in cui meno tangibile era il tocco umano. C’è chi parla del “vecchio e amato tecnigrafo”, del tempo “perduto” del disegno manuale. Alcuni cercarono rifugio in quegli spazi residui dove ancora per diversi anni la manualità continuò a essere fondamentale, in quello che fu un lungo processo di rinegoziazione del lavoro con le nuove tecnologie. Ma in un caso ho incontrato anche una forma di resistenza: quella di un progettista che ottenne di farsi spostare al reparto di creazione dei modelli in legno dei treni a scala reale, che era di fatto un lavoro di falegnameria. Tra gli operai invece il racconto è quello di una fabbrica che muta ma rimane uguale a sé stessa, soprattutto nei reparti di officina e verniceria, in cui più tragico fu l’impatto della lavorazione dell’amianto (Vignozzi, 2024). Allo sviluppo tecnologico non corrisposero migliorie nel lavoro, e se queste ci furono arrivarono dal basso, dall’impegno nel movimento sindacale sull’onda lunga dell’Autunno caldo del 1969. Ma quello che mi ha colpito di più e come e quanto le donne – presenza minoritaria in azienda e sconosciuta in officina prima degli anni Settanta – siano portatrici di memorie e racconti diversi, sia nella struttura che nei contenuti. Parlano meno del lavoro e più della loro traiettoria personale, non riconoscono il “Capannone A” come uno spazio più politicizzato – dagli uomini descritto invece quasi come un “reparto confino” per gli attivisti sindacali – ma soprattutto parlano, e molto, della difficoltà di essere donne in fabbrica, specie nei reparti operai, soggette a dicerie, battute, stigmatizzazioni, stereotipi, pressioni dei mariti e vere e proprie molestie di diversa gradazione. Una di loro mi dice “quando sono entrata avevo vent’anni si può immaginare”, dando così per già conosciuta tutta la batteria di sessualizzazioni a cui è sottoposta una giovane donna in un ambiente maschile.

Ma oltre alle memorie diverse quello che ho scoperto sono gli elementi rivendicativi che stanno dietro all’azione dei pensionati promotori dell’iniziativa. Per prima cosa rivendicano la presenza pubblica della loro storia, negletta sia rispetto alla storia aziendale sia rispetto a quella della classe operaia. In secondo luogo c’è una rivendicazione verso la comunità locale, accusata di essersi dimenticata della fabbrica, in passato motore politico ma anche di attività culturali ed elemento di orgoglio cittadino. Infine ho capito che per loro organizzare il convegno – e sostenere la mia raccolta di storie orali, chiamata “il libro” – fa parte di un’azione rivendicativa nei confronti dell’attuale proprietà, accusata di non coinvolgere più il gruppo dei lavoratori anziani in tutte quelle attività in cui prima erano protagonisti. Come alla Pignone, torna il conflitto non solo sul passato e il patrimonio culturale ma su di chi è la fabbrica, se di chi ci lavora – e ci ha lavorato – o dell’impresa.

In ultimo vorrei tornare a posare lo sguardo su alcune attività di storia pubblica promosse dalla CGIL, questa volta con una chiave di genere. Nel 2024 e nel 2025 mi è stato chiesto di costruire due percorsi di storia pubblica, uno insieme a Ilaria Romeo e Martina Lopa per il 70° anniversario della prima Conferenza nazionale della donna lavoratrice del 1954, (Bartolini, Lazoi, Romeo, 2024) l’altro sulle bandiere della pace multicolori tessute dalle donne tra gli anni Quaranta e Cinquanta, sempre insieme a Lopa (Bartolini, Lopa, 2025). Allestiti in successione come mostre a Firenze, per i due percorsi sono stati scelti titoli non storici: Una lotta senza tempo per la conferenza del 1954, allungando lo sguardo sulla lotta per la parità dei diritti delle donne fino ad oggi; Peace & Care per quello sulle bandiere della pace. I titoli sono stati scelti dalle sindacaliste, ed esprimono l’idea con la quale guardano a queste due storie. Da una parte scegliendo di sottolineare, in chiave di continuità, come la lotta per la parità sia di lunghissimo periodo e sia tutt’altro che conclusa, dall’altra enfatizzando l’aspetto della cura, in questo caso della pace, come forma di attivismo e resistenza femminile, ribaltando la ghettizzazione classica delle donne nei lavori di cura. L’elemento da sottolineare è che le sindacaliste non sono state mere committenti ma si sono ingaggiate nel progetto di storia pubblica, non facendosi ricercatrici ma interessandosi attivamente agli argomenti che venivano raccontati e soprattutto esprimendo ancora una volta una rivendicazione storica: la ricerca di un “passato utilizzabile” per costruire una genealogia del femminismo sindacale odierno, per ri-raccontare la storia del sindacato al femminile superandone l’immagine al maschile. E per farlo hanno bisogno di fare e di creare storia e memoria pubblica.

IN CERCA DELLA MEMORIA PUBBLICA

Prima di concludere voglio affrontare un tipo di attività sperimentale completamente diversa, dove però l’oralità occupa ancora una posizione centrale. Si tratta dei laboratori partecipativi con i mattoncini lego che io e Francesco Cutolo abbiamo iniziato a praticare dal 2022 e che abbiamo chiamato Brickstory Workshop (Bartolini, Cutolo, 2025) . Qui si entra nel campo della storia pubblica attraverso i giochi, una corrente che sta guadagnando terreno e che in relazione all’uso dei lego viene chiamata Public Brickstory (giocando sulla parola inglese brick, mattone). L’assunto è che i mattoncini da costruzione siano più di un gioco, ovvero un media espressivo “ludiforme” attraverso cui creare contenuti e tramite il quale, in determinate condizioni, possono emergere dei racconti.

Il metodo che abbiamo sviluppato combina assieme la partecipazione e le riflessioni sulla shared authority, con un riferimento esplicito nel nome alla tradizione degli History Workshop quale fonte di ispirazione. Si tratta infatti, ancora una volta, di coinvolgere le persone nella pratica della ricostruzione storica, lasciandole libere di costruire una rappresentazione e di raccontare poi la storia che hanno rappresentato, confrontandosi con gli storici.

I laboratori si basano su scatole, da noi preparate, contenenti mattoncini sfusi con all’interno anche alcuni “personaggi” che variano a seconda del tema storico oggetto del laboratorio. I pezzi presenti nelle scatole sono selezionati in maniera tale da facilitare la costruzione di qualcosa che alla fine richiami visivamente il paesaggio storico oggetto del laboratorio. Questi sono gli unici due elementi che declinano a priori il laboratorio, per il resto si procede liberamente, non essendoci istruzioni di montaggio. I partecipanti non sono quindi indirizzati verso una ricostruzione già pensata ma sono chiamati a pensare, ragionare, immaginare e costruire una rappresentazione in maniera libera e non indirizzata. Le persone coinvolte vengono divisi in gruppi di tre-cinque – misti per appartenenza di genere ma omogenei per fascia di età – ed hanno circa un’ora di tempo a disposizione. Se il macro tema è assegnato – ad esempio la fabbrica tessile – i partecipanti decidono però autonomamente quale storia mettere in scena. La presenza dei “personaggi” permette di innescare l’azione storica dentro allo scenario, che non è perciò una mera ricostruzione modellistica di un paesaggio, aprendo le porte alla narrazione: come solitamente avviene quando si gioca, gli attori del gioco fanno cose. Al termine i partecipanti raccontano la loro ricostruzione.

Qui prende forma il dialogo orizzontale tra gli storici e i partecipanti, tenendo a mente, sulla scorta di Alessandro Portelli, che l’errore non è uno sbaglio ma il segnale di una percezione (Portelli 1981). La narrazione che scaturisce mette in luce elementi di senso comune storico e di memoria pubblica, che i partecipanti hanno già introiettato dall’esterno (dai media, dalla scuola, dalle famiglie, dal territorio che li circonda, dalla cultura diffusa). Ed è qui che emerge l’opportunità di far avanzare la nostra conoscenza della memoria pubblica diffusa, di quel che le persone sanno, o non sanno, del passato. Il gioco funge da stratagemma per far emergere racconti e memorie, che in questo caso raramente sono personali ma sono invece comunitarie, collettive o appunto pubbliche.

Abbiamo realizzato numerosi laboratori sulle fabbriche tessili di inizio Novecento. Il primo si è svolto nel 2023 a Prato. La città è a tutt’oggi un grande centro industriale del tessile europeo, con una massiccia presenza di immigrazione, cinese in primo luogo ma anche pakistana, bengalese, nordafricana e subsahariana, che si presenta stratificata sul piano sociale, con i cinesi che ormai occupano anche le posizioni alte della scala. Il laboratorio si tenne al centro del salone espositivo del Museo del tessuto, realizzato in un’iconica ex grande fabbrica. I partecipanti erano bambini e bambine, ma c’era anche qualche operaio o ex operaio. Questi ultimi incentrarono le loro ricostruzioni sul ciclo di produzione, rivelando di concepire, sulla scorta della diffusione egemone dell’approccio dell’industrial heritage, la storia del lavoro come storia del sistema produttivo e delle sue tecnologie. Ma furono i giovanissimi, meno impacciati di fronte allo strumento e meno impostati nella creazione di un racconto storico, a rivelare una capacità testimoniale importante, capace di storicizzare lo stesso presente. Un gruppo realizzò una fabbrica parzialmente diroccata, con alberi cresciuti al suo interno, ma con persone al lavoro. Alla domanda del perché di questa scelta particolare la risposta fu che si trattava di una vecchia fabbrica, che era stata dismessa e abbandonata, ma al cui interno alcuni spazi erano stati recuperati dagli immigrati per far ripartire la produzione.

Nei successivi laboratori sono emerse nuove memorie pubbliche, con inscritte dinamiche ben precise. La presenza di operai e operaie tra i “personaggi” dischiude le porte alla storia delle relazioni, e dei conflitti, di genere. In tutti i diorami c’è una gerarchia basata sul genere. Le donne vengono utilizzate come operaie scarsamente qualificate addette ai telai meccanici e gli uomini come operai provetti, addetti alla manutenzione o ad altre operazioni di precisione più artigianali. Nessuno ha mai infranto con la fantasia questa barriera, la gerarchia è già naturalizzata tra i partecipanti. La critica invece arriva da quello che probabilmente è un riflesso del presente sulla memoria pubblica: la rappresentazione delle molestie sul luogo di lavoro. Esplicita o sottotraccia, la dinamica dell’operaio, libero di muoversi negli spazi della fabbrica per la sua qualifica superiore, che in qualche modo “disturba” l’operaia al lavoro, che è invece inchiodata al telaio, è emersa più volte.

Ma c’è stato spazio anche per il conflitto di classe. All’inizio non avevamo previsto tra i “personaggi” quello del padrone. Ci fu richiesto per la prima volta nel pratese, nella Val di Bisenzio, area dove si svilupparono i primi opifici tessili nell’Ottocento ed oggi territorio segnato da una conservazione dell’eredità industriale all’insegna dell’industrial heritage, con una narrazione corporativa dove il conflitto di classe è rimosso in favore del racconto della fabbrica come comunità. E infatti la richiesta del “personaggio” del proprietario fu sorretta dall’argomento che mancava uno dei protagonisti della storia, in senso positivo e non conflittuale. Tuttavia, una volta inserito il “personaggio”, nei laboratori realizzati altrove il padrone è divenuto la chiave per raccontare le divisioni e i conflitti sociali: posto sempre all’esterno della fabbrica – sottolineandone l’estraneità dal processo produttivo – il proprietario controlla e comanda ed in un caso è stato raccontato come “solo” a fronte della comunità operaia.

Anche il momento storico raffigurato ha fornito informazioni interessanti su cosa sia la memoria pubblica del lavoro. Molte di queste fabbriche sono state raffigurate come occupate, con il padrone intento a cercare di rientrare con la forza e riprenderne il controllo. Le occupazioni sono anche un momento in cui appare il cibo, nel quadro di una raffigurazione che enfatizza il carattere di liberazione interno allo spazio di lavoro nel frangente della lotta.

Queste prime sperimentazioni ci confermano la validità del media ludico come strumento per far costruire racconti e raccogliere storie, in questo caso immaginate ma pensate sulla scorta di una memoria pubblica già immagazzinata. La sfida è quella di mettere a sistema la registrazione e raccolta di queste restituzioni per mettere in campo un percorso di ricerca strutturato, che sia in grado di andare ad indagare i contenuti di questa memoria pubblica, sulla base del genere, delle generazioni, del retroterra sociale e dell’area geografica di provenienza e/o appartenenza. Una strumentazione, quella per l’analisi della memoria pubblica, che è ancora assente tra gli storici, nonostante la mole di dibattiti sul tema, ma condotti più per deduzioni che sulla base di fonti costruite dal basso. Fonti che la storia pubblica fatta con i lego sembra in grado di contribuire ad offrire, aprendo l’opportunità di costruire per questa via nuova conoscenza, senza rinunciare al tempo stesso a far ragionare le persone sulla storia.

IL PASSATO CONTA

Verso la metà degli anni Ottanta Jürgen Habermas coniava l’espressione di “uso pubblico della storia”, caratterizzandola in maniera negativa e costruendola in opposizione alla ricerca storiografica (Habermas, 1987). Un decennio dopo, nel 1995, Nicola Gallerano ribatteva decostruendo questa netta contrapposizione. Per lo storico italiano il passato era un campo aperto, in cui erano attivi soggetti diversi tra loro e rigettava l’individuazione di confini rigidi e gerarchie di ruoli: il rapporto tra gli storici e gli altri soggetti era semmai fatto di contaminazioni, conflitti, scambi, vicinanze e condizionamenti e le pratiche di uso pubblico della storia erano un qualcosa da prendere, non acriticamente, sul serio, in quanto capaci di plasmare mentalità e convinzioni. Gallerano invitava a non confondere l’uso pubblico della storia con il suo utilizzo politico in senso manipolatorio, pur riconoscendo che la “partigianeria” era uno dei caratteri che vi si ritrovava spesso. A suo avviso non si doveva fare di tutta l’erba un fascio e demonizzare un uso pubblico della storia che poteva celare un coinvolgimento attivo dei cittadini, poiché “l’utilità pubblica della storia è la sua giustificazione originaria” (Gallerano, 1995, p. 22) ed esistevano, ed esistono, “usi del passato che coinvolgono direttamente memoria, identità individuali e collettive e hanno […] tutt’altro significato e potenzialità liberatorie” (Gallerano, 1995, p. 19). Gli esempi concreti che ho incontrato nel corso della mia esperienza, e che ho provato a riportare qui, mi sembrano adeguati a render conto di questo “potenziale liberatorio”.

In realtà già da tempo gli storici e le storiche, oltre ai già richiamati Samuel e Green e in particolare negli ambienti della storia orale, sociale e del lavoro, avevano iniziato a interrogarsi ed a lavorare intorno all’importanza del passato per le persone, le comunità, le organizzazioni collettive, anche in chiave politica. In Italia fin dagli anni Sessanta Gianni Bosio e gli ambienti che poi dettero vita alla Lega di cultura di Piadena e all’Istituto Ernesto De Martino avevano portato la loro attenzione sulla storia e la cultura delle classi subalterne, da far riscoprire e patrimonializzare affinché queste ultime potessero diventare agenti di cambiamento (Rebecchi, 2014). In Svezia nel 1978 Sven Lindqvist proclamava che la storia era pericolosa per le classi dominanti e scriveva il suo manuale per mettere in grado le persone di scrivere dal basso la storia a partire da quella del loro lavoro (Lindqvist, 2023).

Un’altra faccia della storiografia dunque, che non ha mai avuto un manifesto fondativo, non si è mai compattata in un movimento internazionale, non si è mai lasciata definire in maniera univoca, ma che nondimeno è stata accomunata da un comune sentire, da approcci condivisi, da strumenti come il ricorso alle fonti orali e alle pratiche partecipative. Lungi dal condannare l’uso del passato da parte delle persone comuni e dei movimenti a cui danno vita come un’intromissione indebita in un territorio che non gli appartiene, in quest’ottica l’utilizzo pubblico del passato plasma la memoria, interagisce con l’agentività messa in campo da lavoratori e lavoratrici per migliorare le proprie condizioni di vita e prendersi cura degli altri, costruisce un terreno di incontro e confronto tra una storiografia che non rinuncia alla sua funzione sociale e civile e quel variegato e frammentato mondo popolare che guarda alla storia in cerca di un “passato utilizzabile”.

In questo testo ho cercato di illustrare come tutto questo può essere tenuto assieme lungo il filo conduttore dell’oralità, senza condannare pregiudizialmente usi del passato che rivelano pratiche agenti ma ragionando semmai su come queste possano trasformarsi appieno in storia pubblica e in forme di democratizzazione del processo storiografico, cercando di aggiungere un passaggio ulteriore, l’indagine di cosa effettivamente sia questo oggetto così dibattuto della “memoria pubblica” e di come possa rivelarsi attraverso strumenti ludici in grado di innescare la capacità di raccontare storie, e con esse memorie. Tante strade che convergono nel portarci a scoprire quello che non sappiamo e che, non di rado, non ci aspettiamo.

REFERÊNCIAS

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  • DICHIARAZIONE DI DISPONIBILITÀ DEI DATI:
    I dati a supporto dei risultati di questo studio sono stati pubblicati nel presente articolo.
  • 1
    Per “memoria pubblica” intendo un discorso sulla storia, che informa la percezione del passato, discusso, anche in maniera conflittuale, nella sfera pubblica, con tutti le mediazioni politiche connesse (Bonomo, 2013; Jedlowski, 2016).
  • 2
    Analogamente G. Contini (2020, p. 199): “Ho […] scoperto come in realtà fosse unilaterale l’approccio dell’operaismo (che ho condiviso nel passato) al mondo del lavoro, con gli operai considerati solo dal punto di vista della composizione di classe, come dequalificati che lottavano soltanto per il salario, e attraverso il salario per il potere. Grazie alle fonti orali ho scoperto invece nella condizione operaia una fortissima tensione perché venisse riconosciuta la professionalità dei lavoratori”.
  • 3
    Così l’Associazione Italiana di Public History (AIPH) nel suo Manifesto: “La scelta del termine inglese public history è stata motivata dall’esplicita intenzione di fare riferimento a un vasto movimento internazionale e a una disciplina che ha origini alla fine degli anni Settanta nel mondo anglosassone. Intende altresì sottolineare la novità della proposta professionale nel nostro Paese, senza le ambiguità che una letterale traduzione in italiano avrebbe potuto creare con l’espressione ‘storia pubblica’, vicina al concetto, spesso strumentale, di ‘uso pubblico della storia’”. Manifesto della Public History italiana. In: Associazione italiana di Pulic History. Disponível em: https://aiph.hypotheses.org/3193. Acesso em: 17 mar. 2025.
  • 4
    La mezzadria era una particolare forma di contratto agrario in uso in Italia dal medioevo fino alla seconda metà del XXI secolo, per la quale il proprietario di un fondo dotato di una casa lo concedeva a una famiglia di contadini, facendo poi a metà dei prodotti. Il meccanismo generava rapporti di potere fortemente diseguali e nel corso del Novecento si è sviluppato un forte movimento sindacale mezzadrile per chiedere la riforma del contratto agrario e un superamento del sistema di mezzadria con l’accesso alla proprietà della terra per le famiglie contadine (Bartolini, 2015).
  • 5
    Il Call center Answers di Pistoia è stato occupato per 102 giorni dalle lavoratrici e dai lavoratori tra il 2009 e il 2010 per salvare il posto di lavoro a fronte una proprietà che si era volatilizzata (Bartolini, 2010).
  • 6
    Sulla GKN esistono alcune pubblicazioni che restituiscono diretamente la voce degli operai in lotta (Collettivo di fabbrica GKN, 2022; Salvetti, Scancarello, 2024).
  • 7
    C. Heron ricostruisce la nascita del concetto di workers heritage come una risposta attiva alla rimozione della storia del lavoro dalla storia pubblica: “labour historians and others interests in workers’ history and culture consciously appropriated the term ‘heritage’ and declared that the neglect of ‘workers heritage’ had to stop. They meant that not only did workers have a right to pass on to their children the collective memory of their particular history, but also that all Canadians should know about workers’ contribution to the larger society” (Heron, 2000, p. 176).
  • 8
    Tradizione che in Italia ha una “doppia” storia, una nel “Biennio rosso” del 1919-20 e una nel “secondo” Biennio rosso del 1968-69.
  • 9
    SALVETTI, Dario. La capacità di narrare e la capacità di lottare. In: Seize the time. Disponível em: https://www.seizethetime.it/la-capacita-di-narrare-e-la-capacita-di-lottare/. Acesso em: 25 mar. 2025.
  • 10
    Acronimo di Federazione Impiegati Operai Metallurgici, è uno dei più antichi sindacati italiani e fa parte della CGIL.
  • 11
    In Italia il 25 aprile si celebra la festa nazionale della Liberazione dal nazifascismo.

Data availability

I dati a supporto dei risultati di questo studio sono stati pubblicati nel presente articolo.

Publication Dates

  • Publication in this collection
    21 Nov 2025
  • Date of issue
    2025

History

  • Received
    4 May 2025
  • Reviewed
    9 Sept 2025
  • Accepted
    15 July 2025
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Pós-Graduação em História, Faculdade de Filosofia e Ciências Humanas, Universidade Federal de Minas Gerais Av. Antônio Carlos, 6627 , Pampulha, Cidade Universitária, Caixa Postal 253 - CEP 31270-901, Tel./Fax: (55 31) 3409-5045, Belo Horizonte - MG, Brasil - Belo Horizonte - MG - Brazil
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