Open-access Storia orale e storia pubblica nell’azione dell’istituto Ernesto de Martino negli anni ’60 e ’70

Oral History and Public History in the Activities of the Ernesto de Martino Institute during the 1960s and 1970s

História Oral e História Pública nas ações do Instituto Ernesto de Martino nas décadas de 1960 e 1970

RIASSUNTO

Questo saggio analizza come l’attività dell’Istituto Ernesto de Martino (IEdM), fondato a Milano nel 1966, abbia anticipato pratiche centrali della storia orale e della storia pubblica in Italia, ben prima che tali approcci trovassero un riconoscimento formale in ambito accademico. Nato originariamente come archivio sonoro, l’IEdM si inseriva in un più ampio progetto culturale che comprendeva anche una casa editrice (Edizioni del Gallo) e un’etichetta discografica (Dischi del Sole). La sua missione era quella di creare un archivio per una «storia immediata», documentando conflitti sociali e politici come le occupazioni di fabbrica, le manifestazioni, i movimenti antifascisti e anticoloniali. Attraverso le modalità di raccolta e di pubblicazione delle registrazioni sonore, l’Istituto si configura di fatto come un laboratorio precoce di storia orale e di storia pubblica. L’analisi si concentra su due progetti significativi: la collana Archivi Sonori di Dischi del Sole, che diffondeva in forma audio ricerche sul campo, e un’indagine condotta tra il 1972 e il 1974 nei comuni lungo il fiume Adda.

PAROLE CHIAVE
archiviazione delle fonti orali; storia orale militante; storia pubblica

ABSTRACT

This essay explores how the work of the Ernesto de Martino Institute (IEdM), founded in Milan in 1966, anticipated key practices of oral and public history in Italy, well before these approaches were formally established in academia. Originally conceived as a sound archive, the IEdM was part of a broader cultural project that also included a publishing house (Edizioni Del Gallo) and a record label (Dischi del Sole). Its mission was to create an archive for an “immediate history” by documenting social and political conflict, such as factory occupations, demonstrations, and antifascist and anticolonial movements. Through its methods of collecting and publishing audio recordings, the Institute effectively functioned as an early laboratory for oral and public history. This analysis focuses on two key projects: the Archivi Sonori series by Dischi del Sole, which disseminated field research in audio form, and a study conducted between 1972 and 1974 in towns along the Adda River.

KEYWORDS
Oral source archiving; militant oral history; public history

RESUMO

Este ensaio investiga como o trabalho do Instituto Ernesto de Martino, fundado em Milão em 1966, antecipou práticas fundamentais da história oral e pública na Itália, antes que essas abordagens fossem formalmente estabelecidas na academia. Originalmente concebido como um arquivo sonoro, o Instituto integrou um projeto cultural mais amplo que também incluía uma editora (Edizioni Del Gallo) e um selo musical (Dischi del Sole). Sua missão era criar um arquivo para uma “história imediata”, documentando o conflito social e político, como ocupações de fábricas, manifestações e movimentos antifascistas e anticoloniais. Por meio de seus métodos de coleta e publicação de gravações de áudio, o Instituto funcionou efetivamente como um laboratório inicial para história oral e pública. Esta análise concentra-se em dois projetos centrais: a série Archivi Sonori pela Dischi del Sole, que divulgou pesquisa de campo em formato de áudio, e um estudo realizado entre 1972 e 1974 nas cidades ao longo do rio Adda.

PALAVRAS-CHAVE
Arquivamento de fontes orais; história oral militante; história pública

LA NASTROTECA AL CENTRO: “RACCOGLIERE, ORDINARE, CONSERVARE E UTILIZZARE”1

Una delle prime rappresentazioni visive dell’Istituto è uno schizzo a penna, attribuito a Giovanni Pirelli – presidente delle Edizioni Del Gallo – la cui calligrafia è riconoscibile nell’intestazione: “Caro Gianni, eccoti l’Istituto, come potrebbe essere nel suo schema più rudimentale”.2 Una facciata di tempio greco simboleggia l’Istituto: la prima colonna rappresenta archivio, biblioteca ed emeroteca; le successive sono dedicate a ricerche, pubblicazioni interne, convegni, spettacoli e servizi amministrativi.3 Lo schema restituisce l’idea di un progetto articolato, in cui confluiscono attività di natura diversa: sul piano editoriale le Edizioni Avanti! - Del Gallo, su quello discografico e teatrale il Nuovo Canzoniere Italiano.

L’Istituto Ernesto de Martino (IEdM) nasce a Milano nel 1966 per iniziativa di Gianni Bosio, studioso di storia del movimento operaio e direttore delle Edizioni Avanti! -Del Gallo, Roberto Leydi, giornalista ed esperto di musica popolare e jazz, e Alberto Mario Cirese, demologo.4 La diversa formazione dei tre fondatori riflette la natura composita dell’Istituto. Alla metà degli anni Sessanta, antropologia, storia, etnomusicologia e folk revival politico in Italia “coprono le fonti orali”; il registratore diventa uno strumento centrale per studiosi di discipline diverse (Dei, 2018, p. 29).

La fondazione dell’IEdM si inserisce in quella che Jacopo Tomatis definisce “una tecno-utopia imperniata sulla registrazione sonora” (Tomatis, 2024, p. 62), e Milano rappresenta un terreno particolarmente fertile per questo tipo di sviluppo. Già nel 1955, presso la sede RAI, nasce lo Studio di fonologia musicale: un centro interdisciplinare all’avanguardia nella sperimentazione sonora, dove Leydi figura tra i più giovani collaboratori (Scaldaferri, 1994, p.p. 57-59). Nei primi anni Sessanta, Bosio e Leydi fondano il Nuovo Canzoniere Italiano (NCI), dando avvio a una stagione di ricerca sul canto sociale e politico. Quando, nel 1966, il progetto editoriale e discografico si struttura in un Istituto dedicato alle “forme di espressività del mondo popolare e proletario” – come recita l’intestazione dell’ente – la sede è in via Sansovino, nella zona nord-est di Milano, crocevia di iniziative editoriali legate al Partito socialista italiano.5La nascita dell’Istituto coincide però con l’indebolimento del legame con il PSI, da cui molti degli intellettuali coinvolti prendono definitivamente le distanze.

Nel verbale di una riunione interna del 28 ottobre 1965, Bosio presenta l’Istituto come un’ipotesi organizzativa “per andare incontro alle esigenze di un ordinato sviluppo della ricerca”,6 rispondente a due necessità principali: da un lato, la patrimonializzazione del materiale raccolto sulla cultura popolare e proletaria – contadina e urbana – percepita come alternativa e opposta alla cultura borghese; dall’altro, la divulgazione di questo patrimonio attraverso la produzione discografica.

La nastroteca è fin da subito pensata come il fulcro dell’Istituto. I primi passi organizzativi si orientano, infatti, alla conservazione e sistematizzazione dei materiali accumulati durante le ricerche precedenti sul canto sociale. Una conferma arriva dal verbale del Comitato Scientifico provvisorio (3-4 dicembre 1965), alla presenza di Bosio, Cirese e Leydi. Dal documento emerge la centralità del principio di tutela del patrimonio sonoro e la necessità di garantire i diritti dei ricercatori:

L’Istituto procederà alla copiatura su nastro del materiale, alla schedatura e all’archiviazione. […] Questo materiale resta di proprietà del ricercatore, il quale stabilirà, a norma del Regolamento dell’Istituto, le modalità di consultazione e uso. Il materiale di proprietà dell’Istituto sarà soggetto alle norme che verranno fissate dal Regolamento. L’organizzazione di questo passaggio di materiali, il registro di entrata e le norme di tutela serviranno alla regolamentazione del catastino che si va così a costituire.7

L’attenzione alla conservazione del materiale rappresenta un pilastro della politica culturale dell’IEdM. Un orientamento che anticipa di almeno un decennio la riflessione della oral history internazionale, che solo dalla fine degli anni Settanta si orienta in modo più deciso ai principi di conservazione e di accessibilità delle fonti sonore.8 La centralità dell’archiviazione documentaria è confermata in uno scambio epistolare tra Bosio e Leda Rafanelli, scrittrice e militante anarchica. Nel tentativo di convincerla a rilasciare un’intervista, Bosio chiarisce il significato della creazione dell’archivio, che definisce “patrimonio insostituibile del movimento operaio”:

Il tuo contributo di conoscenze, di memorie, di rettifiche, aggiunte, ci è prezioso così come ci è prezioso ciò che raccogliamo da altri militanti del movimento operaio. Questo materiale in cui si mescolano cose personali, conversazioni di altro tipo (e che non verranno utilizzate) viene versato in un grande archivio, patrimonio insostituibile del movimento operaio. Qui il materiale viene descritto, schedato, con tutti i dati necessari perché possa essere capito e creduto. Non si potrà dire: “Ricordo che Leda Rafanelli parlava della Luigia Pezzi in questo modo”. Noi possiamo dire: “Ecco come L.R. ricordava Luigia Pezzi”.9

Il 1966 è anche l’anno della prima pubblicazione dell’Elogio del Magnetofono, considerato il testo più influente di Bosio.10 Il saggio consiste in 13 pagine e appare per la prima volta nell’ottobre 1966 in forma ciclostilata, pubblicato poi in due versioni nel 1967 e nel 1970.11 Si tratta di una descrizione dettagliata di 196 nastri appartenenti al primo fondo sonoro dell’IEdM. I nastri documentano le registrazioni effettuate prevalentemente da Bosio tra il 1960 e il 1966 nel suo paese natale, Acquanegra sul Chiese, con l’obiettivo di testimoniare l’evoluzione della cultura contadina in fase di modernizzazione. Le ricerche erano finalizzate a una monografia di storia locale, rimasta incompiuta a causa della morte di Bosio e pubblicata postuma con il titolo Il trattore ad Acquanegra (Bosio, 1981).12

Le iniziative di Bosio e dell’IEdM si collocano nella fase pionieristica della storia orale italiana, in cui l’uso di testimonianze orali si afferma come “pratica di ricerca ‘extra-accademica’, ‘impegnata’ e alternativa” (Bonomo, 2015, p. 48). L’Elogio del Magnetofono ne rappresenta uno dei manifesti teorici più significativi: il registratore vi è descritto come uno strumento centrale per l’emancipazione delle classi considerate come “non egemoniche”, grazie alla capacità di “fissare […] modi di essere, porsi e comunicare”. In questo modo, scrive Bosio, il registratore “ridona alla cultura delle classi oppresse la possibilità di preservare i modi della propria consapevolezza, cioè della propria cultura” (Bosio, 1970, p. 7). Nel saggio, Bosio definisce il magnetofono anche come uno strumento capace di cogliere la realtà nella sua natura di “situazione mutante” e di collocarsi “fra gli strumenti utili all’analisi delle trasformazioni della società”. Trasformazioni che egli interpreta come una disgregazione, come suggerisce il lessico da lui usato nel testo: “frantumarsi”, “disfacimento”, “trapasso” (Bosio, 1970, p. 6).

L’introduzione dell’Elogio offre una prima riflessione sul modo di concepire il documento sonoro. Le registrazioni sono definite “materiale orale” e “fonte orale”. Il lessico utilizzato, le categorie analitiche e l’organizzazione del materiale rivelano come il “non-canto” e “la testimonianza storica così com’è” (Bosio, 1970, p. 19) siano riconosciuti come elementi fondamentali del patrimonio raccolto fino a qual momento.13 La testimonianza storica è letta in chiave apertamente politica e viene definita come:

un documento della classe soggetta nel momento in cui subisce le conseguenze del dominio dei dominanti; o la testimonianza della classe che crea e mette in opera le forme di reazione e di lotta; o la prova della miticizzazione che al suo interno, o contro di essa, viene creata per tramandare questo fatto e servirsene a educazione.

L’intervista lunga è già al centro delle ricerche condotte da Bosio ad Acquanegra e diventa un tratto distintivo del modello adottato in seguito dall’Istituto. La nastroteca dell’IEdM conserva numerose registrazioni realizzate secondo questo approccio. Come vedremo, l’ascolto dei nastri digitalizzati e l’analisi delle descrizioni consentono di approfondire la pratica concreta: chi viene scelto per essere registrato, come si svolge l’incontro, quali domande vengono poste e come il materiale viene trascritto e descritto.

GLI ARCHIVI SONORI: “I MATERIALI DELLA RICERCA SOTTO FORMA DI RICERCA”14

L’Istituto Ernesto de Martino si qualificherà in modo primario e particolare, editando gli Archivi sonori, cioè una collana di dischi e nastri, in un numero limitato di copie (200 e non più), dove si pubblicheranno i materiali della ricerca sottoforma di ricerca: cioè l’edizione critica più rigorosa delle emergenze “culturali” del mondo popolare.15

Presentati da Bosio nel gennaio 1967 come una collana sperimentale a bassa tiratura, gli Archivi sonori sono progettati per restituire i materiali delle ricerche in corso dell’Istituto. La collana comprende dodici vinili (33 giri da 30 cm), pubblicati tra il 1967 e il 1975.16 Il formato valorizza lunghi brani di parlato alternati a inserti canori e musicali o a registrazioni ambientali, spesso raccolte durante manifestazioni e azioni politiche di vario genere. Ogni disco è accompagnato da un libretto che contestualizza i documenti sonori, con introduzioni dei curatori, trascrizioni integrali delle interviste e dei canti, e note esplicative. La serie si presenta disomogenea dal punto di vista tematico, riflettendo la varietà degli interessi dell’Istituto. I primi dischi, prodotti a fine anni Sessanta, sono dedicati a espressioni della cultura popolare: le rappresentazioni teatrali dei Maggi appenninici e la diffusione del canto narrativo Donna Lombarda. I successivi si concentrano sulle lotte anticoloniali e sui movimenti indipendentisti di Venezuela e Angola. Gli ultimi, pubblicati nei primi anni Settanta, documentano proteste operaie e conflitti urbani, come scontri di piazza a Milano, lotte per la casa nelle borgate romane e occupazioni di fabbrica a Milano e Bergamo. Al di là del mutamento tematico, la trasversalità rimane una caratteristica fondativa del progetto. Come si legge nel libretto de I Maggi della Bismantova, gli Archivi Sonori non si limitano a un genere o settore, ma “passano nel mezzo dei “generi” e dei “settori” per tutto quanto riguarda la significazione orale”.17 Questa serie testimonia, da un lato, l’attenzione per forme di espressività popolare ancora vive – come i Maggi e la canzone narrativa –; dall’altro, la volontà di documentare momenti di antagonismo contemporaneo a cui viene attribuita una rilevanza storiografica. Al centro del progetto vi è, infatti, l’idea di “fissare” la realtà, garantendo una documentazione rigorosa che si vorrebbe in grado di cogliere “in diretta” una realtà, senza alterarla in alcun modo:18

Gli “AS” pongono fine alle incertezze di rigorosa documentazione che hanno caratterizzato il lavoro di raccolta e di analisi di coloro che si sono dedicati ad alcune forme di cultura del mondo popolare; […] amplificano in modo sterminato la possibilità di raccogliere e fissare gran parte delle forme di comunicazione orale […] Possono contribuire ad arricchire la memorialistica non mediata e la testimonianza contemporanea; aiutano a documentare la visione del mondo calata dentro un atteggiamento contingente.19

L’intento di presentare i documenti nella loro “integralità” è ribadito nel libretto del disco Donna Lombarda – Il Nigra cantato, a cura di Franco Coggiola, uno dei ricercatori di punta dell’Istituto.20 In apertura, una lunga citazione del musicologo Béla Bartók, tratta da Scritti sulla musica popolare, sottolinea il valore della registrazione come fonte diretta e ne afferma una “patente di assoluta attendibilità”:

L’indagine odierna sulla musica popolare considera ormai come indispensabile condizione di lavoro l’uso del fonografo o del grammofono. Dal punto di vista scientifico solo quel materiale che è registrato ha una patente di assoluta attendibilità. Per quanto grande possa infatti essere l’abilità di chi annota ciò che ascolta, nessuno tuttavia può essere in grado di indicare con esattezza ogni particolare […].21

Il riferimento a Bartók colloca l’Istituto all’interno di un paradigma che aspira a conciliare scientificità e autenticità. Tuttavia, questa fiducia nella registrazione come testimonianza oggettiva appare oggi problematica. Come osserva Jacopo Tomatis, ogni documento sonoro è un artefatto, prodotto da scelte tecniche e narrative che riflettono le intenzioni e le posizioni ideologiche di chi registra (Tomatis, 2024, p. 26). Nonostante ciò, gli Archivi sonori adottano un’impostazione che tende a presentare le registrazioni come fonti trasparenti e inoppugnabili dei fatti: documenti che parlano da sé. È il caso, per esempio, del disco I fatti di Milano, in cui Bosio descrive esplicitamente questa pratica come una nuova modalità per “precostituire le fonti per la storia del nostro paese e del movimento operaio italiano”.22 In questa prospettiva, l’Istituto qualifica alcune raccolte come testimonianze di “storia immediata” (Coggiola, 1986, p. 114): registrazioni realizzate mentre gli eventi sono ancora in corso, ritenute preziose sia per il loro valore politico nel presente sia per la loro funzione documentaria, attuale e futura.23 Proprio I fatti di Milano rappresenta un caso emblematico: concepito come “documento di controinformazione”, il disco raccoglie suoni ambientali registrati durante le manifestazioni contro il caro-affitti nell’autunno del 1969, in cui perse la vita un agente di pubblica sicurezza. Tali registrazioni sono pensate non solo come memoria militante, ma addirittura come possibili prove da utilizzare in sede giudiziaria, una visione che sottolinea, ancora una volta, la fiducia quasi assoluta nella forza testimoniale del documento sonoro, senza problematizzarne le implicazioni costruttive.

Nei primi anni Settanta la collana si arricchisce di nuove uscite che documentano sia i movimenti di liberazione nei paesi del Sud globale sia le lotte sociali condotte in Italia. Venezuela in questo momento guerriglia (1970) e Angola chiama (1973) raccontano contesti di resistenza armata e indipendentismo, mentre dischi come Lotta operaia alla Crouzet (Milano, 1972), Roma, la borgata e la lotta per la casa (Roma, 1972) e Filati Lastex alla riscossa (Bergamo, 1975) testimoniano l’attenzione crescente dell’Istituto verso le forme di organizzazione politica dal basso. In questi lavori, l’alternanza tra canti di protesta e registrazioni di testimonianze dirette crea una narrazione corale degli eventi.24 Portelli, curatore del disco sulla borgata romana, definisce questo impianto un “intreccio di canti popolari e di interviste di baraccati”.25

L’intervista, in particolare, acquista un ruolo centrale come strumento per interrogare il presente: le domande si concentrano sulle motivazioni personali, le dinamiche interne alle lotte e la ricostruzione puntuale dei fatti. È il caso, ad esempio, dei dischi dedicati alle vertenze della Crouzet e della Lastex, ma anche de La borgata, in cui le domande di Portelli assumono esplicitamente il tono di un’inchiesta politica. L’obiettivo è mettere in luce le contraddizioni sociali e le condizioni di marginalità ancora diffuse nella capitale. Come scrive Pio Marconi nel testo introduttivo al disco: “Chi è l’abitante delle baracche? Chi sono i genitori dei bambini condannati alle classi differenziali? Chi sono i segregati?”.26

In questa prospettiva, anche le parti in cui emerge il racconto del passato personale delle persone intervistate – per lo più recente o difficilmente collocabile nel tempo – assumono un chiaro significato politico. Un esempio è l’estratto registrato da Portelli al Borghetto Prenestino il 21 gennaio 1970, incluso nel disco La borgata. Il libretto specifica soltanto che le “informatrici, madre e figlia, provengono da Salcito (Campobasso)”, ma non fornisce ulteriori informazioni contestuali. La trascrizione dell’intervista – in cui le voci si alternano senza distinzioni – restituisce un racconto corale, fluido e anonimo, che sfuma l’identità individuale in una narrazione collettiva:

Quindi, quando voi siete venuti a Roma, così, vi siete trovati subito meglio, oppure…

Subito subito no,

Subito subito no, perché abbiamo dormito pure in mezzo alla strada, alla Stazione Termini, alla Stazione Laziali…

Sa dove dormivamo? Dietro alla Stazione Laziali, dove si faceva i biglietti…

Per i militari.

Quante notti ho dormito lì, dentro un sacco…

Io mi me la mettevo di dietro, mia figlia, era una bella ragazza, dico la verità, quando l’ho portata a Roma…

E così abbiamo incominciato a venì. Poi ci ha incontrato un uomo, dice… ci ha visto che dormivamo in mezzo alla strada, dice: vi volete comprà ‘na casetta? Ci avevamo diecimila lire che mia madre aveva raccolto così, e poi mi hanno portato qui sopra e mi hanno venduto ‘na baracchetta di legno, pagata diecimila lire, allora.

Avevamo diecimila lire, duemila lire ci so’ rimaste…

Dopo a mano a mano ho fatto un’altra baracchella… 27

Quando emerge, la prospettiva diacronica è limitata e si estende solo a un passato prossimo. Nel disco dedicato all’occupazione della Crouzet di Milano, ad esempio, Franco Coggiola invita le operaie a rievocare gli eventi dell’anno precedente. Analogamente, alcune registrazioni del disco sulla Filati Lastex fanno riferimento alle lotte dei primi anni Sessanta, appena un decennio prima. Le trascrizioni, spesso frammentarie, restituiscono scorci brevi e discontinui su vicende passate, senza però sviluppare una narrazione storica strutturata:28

3. [Nella fabbrica occupata, nella saletta del Consiglio di fabbrica]

Impiegato 1: C’è stata l’occupazione di fabbrica che ha avuto ben novantadue giorni di occupazione di fabbrica qui dentro, c’è stato anche un morto nel’62, quando eravamo Pirelli - Lastex ancora: per una vertenza aziendale tra l’altro, non per un contratto nazionale, non per una vertenza come questa, grossissima, cha parla di licenziamenti di metà del personale, addirittura… allora era per una vertenza particolare, ecco, erano in trecentottanta, trecentonovanta allora: c’è stato anche un morto ripeto, perché hanno fatto funzionare le linee mentre non erano stati disposti i congegni [...] qualcuno ha fatto scattare dei congegni e tutto il resto, c’era un uomo della manutenzione ed è andato a finire nei rulli insomma, completamente, quasi schiacciato.29 (p. 3-4)

La natura militante dei dischi dell’IEdM si riflette anche nella loro finalità divulgativa. Se l’archivio sonoro viene concepito come strumento di controinformazione e documentazione politica, la collana è pensata per rendere questi materiali accessibili e fruibili da parte delle classi “non egemoniche”. Un’indicazione esplicita in tal senso si trova nel libretto di I Maggi della Bismantova: “Con l’inizio della pubblicazione degli ‘AS’, l’Istituto Ernesto de Martino completa il piano per raccogliere, preservare, ordinare e rendere pubblici in modo tecnicamente corretto i materiali di comunicazione orali, visivi e scritti provenienti dal mondo popolare e proletario”.30 Ricostruire oggi l’effettiva circolazione e ricezione di questi dischi è tuttavia complesso, soprattutto in mancanza di dati certi sulle vendite. La dimensione commerciale è spesso minimizzata, quando non del tutto assente, mentre viene posta in primo piano la funzione militante della distribuzione. Questi dischi sono pensati come strumenti di intervento politico rivolti alla classe operaia, da veicolare “al di là dei consueti canali di distribuzione commerciale”, come scrive Cesare Bermani – ricercatore dell’IEdM e figura centrale della cosiddetta storia militante italiana – nel libretto di Lotta operaia alla Crouzet di Milano. Qui, Bermani sottolinea l’importanza della “distribuzione militante, da parte dei lavoratori della Crouzet nella loro fabbrica”.31 Quest’ultimo disco nasce infatti dalla collaborazione tra l’Istituto, il Consiglio di fabbrica e il Gruppo Operai-Impiegati della Crouzet, con l’obiettivo esplicito di rivolgersi direttamente agli operai, senza mediazioni: “Questo disco ripropone e generalizza al di fuori di mediazioni carismatiche un’esperienza operaia alla classe operaia medesima”.32

Una simile impostazione caratterizza anche il disco sulla Borgata di Portelli, pubblicato nel 1970 in tiratura limitata, autofinanziato e distribuito nei circuiti militanti legati al suo lavoro politico in borgata. Anche se manca ancora una riflessione compiuta sulla coautorialità, è evidente il tentativo di far sì che la classe si riconosca in queste produzioni, partecipando attivamente al processo di ricerca. Il carattere militante dell’iniziativa è ribadito con forza nel libretto del disco sulla Crouzet:

Ricordiamo ciò per chiarire che questa collana di dischi militanti sia nata dalle necessità della lotta e sia tutt’altro che un mero espediente per procacciare quattrini a questa o a quella organizzazione, a questo o a quel gruppo teatrale, sia insomma un’operazione che ha finalità esclusivamente politiche e non anche commerciali.33

Questa logica di intervento si riflette anche nella “metodologia di rilevazione e riproposta”, che si fonda su due presupposti centrali: la trasformazione degli oggetti della ricerca in soggetti attivi e il principio della partecipazione. Non solo gli operai sono chiamati a prendere parte allo studio della propria condizione, ma anche il ricercatore è tenuto a un coinvolgimento diretto che “dovrà essere coinvolto sino in fondo nella medesima lotta, meglio ancora se partecipe direttamente di quella condizione e di quella lotta specifica che si propone di fissare”,34 Scrive Bermani:

Questa metodologia di rilevazione e di riproposta della cultura proletaria ha tra i suoi presupposti basilari:

a) La trasformazione degli “oggetti” della ricerca in “soggetti” che partecipano in prima persona allo studio scientifico della loro propria condizione e delle loro lotte, dal momento che - come ebbe a notare Marx nella sua Inchiesta operaia del 1880 - nessuno più degli operai medesimi può descrivere in tutta coscienza di causa. Questa possibilità di partecipazione in prima persona è stata grandemente potenziata dall’invenzione del magnetofono, che permette di fissare enormi quantità di materiale (realtà) e le fissa in modo permanente così come appaiono nel momento della fissazione.35

Rispetto alle precedenti produzioni discografiche dell’Istituto, la principale novità consiste nel fatto che, in questo caso, viene sottolineata la partecipazione attiva delle operaie della Crouzet anche nella fase di selezione e “manipolazione” del materiale registrato. La descrizione delle operazioni svolte – dalla registrazione alla trascrizione – è puntuale e orientata a una logica di trasparenza: si precisa, ad esempio, che sono stati effettuati dei tagli, segnalati da tre puntini di sospensione racchiusi tra parentesi quadre. È evidente l’intento di ridurre al minimo la mediazione del ricercatore:

Ci siamo preoccupati di pubblicare tutto quanto di essenziale è stato registrato nei due giorni di ricerca sul campo. Le manipolazioni del materiale registrato fatte in sede di montaggio sono state suggerite - per quanto attiene alla prima facciata - dalle operaie medesime, che hanno proposto di intervallare il racconto della lotta con le canzoni che da essa andavano via via nascendo, situandole nel suo contesto in modo da operare una loro immediata razionalizzazione.36

Le registrazioni digitalizzate non permettono di chiarire fino in fondo quale fosse il grado di partecipazione effettiva delle persone intervistate nei processi di ricerca e produzione degli Archivi Sonori, né se l’idea di una soggettività attiva sia stata pienamente realizzata o resti un intento dichiarato dai ricercatori. Non è dunque possibile verificare se questo coinvolgimento abbia realmente prodotto forme di riconoscimento nei confronti dell’attività dell’Istituto. A ciò si aggiunge il fatto che, per ragioni di sicurezza e di tutela – spesso connesse a vertenze sindacali o situazioni di forte conflittualità –, molte testimonianze sono rese in forma anonima, rendendo impossibile identificare le voci registrate. Nonostante questi limiti, un estratto contenuto nel disco dedicato alla Filati Lastex lascia intuire l’esistenza di una consapevolezza circa il valore politico del progetto: la registrazione che chiude il libretto documenta l’intento di un operaio di fare del disco uno strumento di diffusione della coscienza di classe:

18. [Al Circolo Paci-Dell’Orto di Bergamo quartiere della Malpensata]

Operaio 2: In barba al padrone e ai crumiri noi riprendiamo a lavorare, questa è la realtà, perché guarda che le copie di questi dischi, io non so quante ne faremo, 500, 1000, 2000, io dico che al di fuori di quelle quindici o venti copie che andranno a essere acquistate da qualche industriale così per sfizio, le altre duemila copie le acquisteranno tutti i compagni lavoratori e noi dobbiamo dare la possibilità che questi lavoratori capiscano il significato della nostra situazione, sia per i maturi, sia per i non maturi.37

LA RICERCA LUNGO IL CORSO DEL FIUME ADDA

“Documenti della espressività popolare di base. Lungo il corso del fiume Adda. Raccolta, catalogazione, studio ed esemplificazioni” è il titolo completo del fascicolo relativo alla ricerca condotta tra il 29 dicembre 1972 e il 26 maggio 1974 nei paesi rivieraschi dell’Adda, il più lungo affluente del Po che attraversa la Lombardia dalla Valtellina fino alla confluenza nella Bassa Padana. Il progetto coinvolge l’Istituto a pochi mesi dalla prematura e improvvisa scomparsa del fondatore Bosio. La ricerca è affidata a sedici operatori, organizzati in équipe di almeno due persone ciascuna.38 Si tratta di uno dei pochi progetti dell’Istituto finanziati con fondi pubblici, grazie al contributo dell’Assessorato alla Cultura della Regione Lombardia. Il fascicolo progettuale fornisce indicazioni sulla metodologia adottata e sui “criteri della ricerca”. In particolare, si specifica che la documentazione di riferimento è costituita da “materiale sonoro originale, cioè rilevato sul campo”, su cui si intende condurre uno studio sistematico. Il documento spiega:

Una corretta metodologia comporta la contemporanea rilevazione sia di una dimensione diacronica del materiale documentario (le sue origini, la sua evoluzione nel tempo, le varianti, le trasformazioni sia stilistiche che tematiche), sia di una sua dimensione sincronica (la presenza, il confronto e la contrapposizione di determinati temi e stilemi, nella cultura di ieri come nella cultura di oggi, in diversi luoghi tra loro storicamente, geograficamente, linguisticamente o in qualunque altro modo connessi, e a diversi livelli di consapevolezza).

Dal passo emerge un approccio transdisciplinare, che si propone di superare una concezione accademica e settoriale della conoscenza.39 In questo senso, la ricerca sulle forme di espressività del mondo popolare e proletario viene definita “globale”, poiché tesa a intrecciare interrogativi di natura storica, geografica, linguistica e antropologica:

Ne deriva il carattere “globale” della ricerca, rivolta quindi alla totale esperienza di vita sia individuale che collettiva delle popolazioni. L’interesse principale si rivolgerà comunque ai temi e ai contenuti della vita sociale e comunitaria, con lo scopo di far emergere la espressività derivante dalla partecipazione di ciascuno, in quanto membro di una comunità culturale, alle vicende di questa comunità, riflesse nell’esperienza, vissuta a diversi livelli di consapevolezza, sia delle “piccole storie”, sia della “grande storia”: proprio dal collegamento di questi due momenti polari della vicenda esistenziale trae significato ogni documento della espressività popolare.

Il rapporto tra “piccola” e “grande” storia viene ulteriormente sviluppato più avanti nel fascicolo, dove sono enunciate le principali “ipotesi di contenuto” tematico su cui si intendeva orientare la ricerca:

a. I momenti di aggancio tra la piccola e la grande storia (esemplificabili come la aggregazione nello stato unitario, la partecipazione alle due guerre mondiali, la resistenza, il processo di industrializzazione, l’attrazione delle città e l’inurbamento).

b. Il ciclo della vita dell’uomo (esemplificabile sui momenti significativi del suo rapporto con la comunità familiare, paesana, religiosa, civile e nazionale);

c. Il ciclo delle stagioni (esemplificabile sui riti collegati agli eventi calendariali)

L’accostamento tra ricerca di campo e ricerca storica, l’intreccio tra scale differenti – la “grande” storia nazionale e le vicende della storia locale e delle storie individuali – rappresentano tratti distintivi della visione storiografica di Bosio, che evidentemente non si esauriscono nelle sperimentazioni da lui condotte ad Acquanegra sul Chiese, ma costituiscono un’eredità raccolta dall’IEdM.

Presso l’archivio dell’Istituto sono oggi conservati digitalizzati i 124 nastri integrali raccolti durante le campagne di ricerca sull’Adda. Le persone intervistate sono 371, per un totale di circa 190 ore di registrazione (Istituto Ernesto de Martino, 1975, p.p. 61-65). Le modalità di svolgimento richiamano il modello delle spedizioni di taglio antropologico: la suddivisione in équipe eterogenee per formazione e competenze, l’accompagnamento fotografico, la stesura di diari di ricerca individuali (Istituto Ernesto de Martino, 1975, p.p. 61- 65).40 Rispetto ai prodotti discografici presentati nel capitolo precedente – già frutto di una selezione funzionale al montaggio e alla costruzione di un prodotto discografico – in questo caso si ha accesso a materiali grezzi di ricerca, corredati da una prima indicizzazione descrittiva del materiale sonoro. Gli indici permettono di ricavare informazioni preziose sul momento dell’intervista: il luogo specifico in cui si svolge, il tipo di strumento utilizzato, le persone presenti, i temi affrontati. L’ascolto dei nastri consente inoltre di accedere a un livello più profondo di analisi, utile a comprendere meglio l’impostazione della ricerca: il modo in cui vengono poste le domande, l’attenzione alla dimensione soggettiva degli intervistati e/o a quella fattuale, l’ampiezza dei temi esplorati. L’impostazione “globale” della ricerca fa sì che i nuclei tematici risultino spesso intrecciati all’interno della stessa intervista, rendendo difficile isolare le parti relative alla narrazione di temi e contenuti storici. “L’impostazione di ricerca globale sulla vita e le esperienze degli informatori” (Istituto Ernesto de Martino, 1975, p.p. 62) è ribadita anche in una relazione relativa a questa campagna di ricerca, pubblicata l’anno successivo alla conclusione delle attività. In essa si legge:

Per quanto riguarda la metodologia della ricerca l’inchiesta è stata condotta non sotto la forma dell’intervista, ma sotto la forma del colloquio paritetico e quindi gli argomenti contemplati nella lista-guida […] sono stati affrontati nel corso della conversazione, a volte senza preoccupazioni di esaustività. Il colloquio si rivolgeva alla totale esperienza di vita degli informatori, esaminata nei suoi aspetti sincronici e diacronici, con un atteggiamento atto a consentire loro di esprimere la totalità dei valori di cui sono portatori (Istituto Ernesto de Martino, 1975, p.p. 62).

Per quanto riguarda i cosiddetti “momenti di aggancio tra la piccola e la grande storia”, la registrazione di una riunione progettuale,41 svolta al termine della ricerca, in fase di sistematizzazione del materiale raccolto, nel giugno 1974, conferma l’individuazione di un filone specifico, relativo a quella che viene definita alternativamente “storia civile”, “storia proletaria” “memorie civili del proletariato lombardo” (Istituto Ernesto de Martino, 1975, p. 64). Tra i temi più ricorrenti, infatti, emergono le esperienze di militanza in partiti e sindacati, i racconti di lotte operaie e contadine, gli scioperi, i ricordi legati alla Resistenza. Si susseguono ampi passaggi dedicati alla storia di vita degli intervistati: memorie di guerra, deportazione nei campi di prigionia, esperienze lavorative. Questi racconti si intrecciano spesso con digressioni su momenti della quotidianità e pratiche devozionali: bassa magia cerimoniale, tradizioni agricole, usanze culinarie, allevamento del bestiame e del baco da seta, lavoro nei campi e nelle filande, pendolarismo tra i paesi dell’hinterland milanese e le fabbriche cittadine. Emergono anche forme di espressione orale come canti, ninne nanne, filastrocche, indovinelli e leggende.

Un esempio è l’intervista a Cesare Bettini, comandante partigiano nel bergamasco, registrata il 6 maggio 1973 dai ricercatori Cesare Bermani e Maria Luisa Betri.42 Bettini, nato nel 1922 a Bellano, militante della corrente “Base” della Democrazia Cristiana, apicoltore, assicuratore e maestro elementare a Cassano d’Adda, ripercorre con lucidità i propri ricordi di guerra e la sua esperienza di comandante partigiano in Val d’Ossola. L’indice descrittivo restituisce l’inquadramento storiografico dell’intervista, centrata sull’esperienza resistenziale:

I Pista -

1) CB fornisce i propri dati biografici

2) l’opposizione delle forze dell’aviazione ai tedeschi a Perugia

3) prime fasi della Resistenza nel Bergamasco:

a) consistenza iniziale delle forze

b) le prime azioni. Requisizioni di muli militari di cui si era impadronita la popolazione

c) invasione della caserma della Milizia a Sarnico

d) occultamento di armi e facilitazione di espatri da parte di un prete

e) spostamento verso Lovere e contatti con la formazione comunista di Brasi (“Montagna”)

4) CB fornisce altre informazioni biografiche

L’incipit dell’intervista, segue una forma consueta nella pratica della storia orale. L’invito a raccontarsi liberamente, partendo da sé e scegliendo in maniera autonoma l’ordine e la rilevanza degli episodi narrati, a cui si affianca l’orientamento verso un tema storiografico specifico – l’interesse per l’esperienza resistenziale – che Bermani introduce nel dialogo:

Cesare Bermani: Dunque, oggi è il 6 maggio 1973, siamo a casa di Bettini…

Cesare Bettini: Bettini Cesare

Ber.: E...quando sei nato?

Bet.: Il 17 maggio 1922

Ber.: Che mestiere fai?

Bet.: Insegnante di scuole elementari di Cassano

Ber.: Hai sempre fatto questo mestiere?

Bet.: Sì...qualche altra attività, così... ho fatto un po’ di tutto prima, di arrivare [ride] ho fatto l’assicuratore, l’apicoltore, contabilità, lezioni private, un po’ di tutto...

Ber.: Va bene, parla pure a ruota libera, se vuoi incominciare a raccontare della vicenda resistenziale

Bet.: Sì, da dove devo partire? dall’Ossola oppure dal bergamasco oppure...

Ber.: Da dove ritieni tu. Cioè come sei arrivato alla esistenza…

Bet.: Come sono arrivato alla Resistenza...

Ber.: Se questo fatto si lega in qualche misura qui alla zona dove hai vissuto...

Bet.: Ecco, in un certo senso anche sì, perché, bisogna pensare questo, dunque, io nel 1943 mi trovavo sotto le armi ed ero sottotenente di aviazione, mi trovavo a Perugia.43

È significativo notare che l’interesse di Bermani si concentra sopratutto su aspetti fattuali. Durante l’intervista, egli insiste su dettagli concreti relativi all’armamento, alle munizioni e alle singole operazioni vissute dall’intervistato. Le richieste di precisazione sulle date e l’approfondimento puntuale degli eventi testimoniano un approccio rigoroso e metodico, volto a restituire un’esperienza storica collocandola all’interno di un contesto il più dettagliato possibile.

Nonostante l’enorme quantità e la versatilità dei materiali raccolti durante la ricerca Adda, che spaziano su una varietà di temi, la restituzione pubblica di questi documenti non avviene mai, né tramite una produzione discografica né editoriale. L’unica eccezione sono alcune relazioni della ricerca, tra cui quella già citata, pubblicata nel 1975 sulla rivista dell’Istituto. In questa relazione si descrive un lavoro di montaggio di cinque nastri masters contenenti una restituzione dei documenti raccolti, per un totale di quattro ore e mezza di registrazione. Tuttavia, di questo montaggio non esiste una versione digitalizzata, il che limita ulteriormente la fruibilità e la possibilità di approfondire le forme di utilizzo dei materiali raccolti. L’intenzione di produrre una serie di dischi potrebbe aver subito una battuta d’arresto anche a causa delle difficili condizioni economiche in cui versava l’Istituto negli anni Settanta (Istituto Ernesto de Martino, 1975, p. 65). L’analisi della corrispondenza e le interviste ai membri coinvolti non permettono di individuare con certezza le ragioni di questa mancata valorizzazione.

CONCLUSIONI: “MENTRE NOI STIAMO QUI DENTRO A STUDIARE LORO, LORO STANNO FUORI E STUDIANO NOI”44

Una delle più giovani ricercatrici impegnate nella ricerca Adda, Cristina Melazzi, ha conservato delle note di campo. In équipe con Riccardo Schwamenthal, aveva ricevuto l’incarico di occuparsi della sponda occidentale del Ramo di Lecco.45 Cristina era studentessa all’Università di Milano, allieva di Roberto Leydi, e aveva il vantaggio di essere del posto, di Mandello nello specifico, come sottolinea lei stessa nella relazione:

Nell’ambito della ricerca generale, a me (che sto al centro del lago di Como e quindi, più o meno, sono del posto: con il conseguente vantaggio tecnico ma anche di ‘omogeneità culturale’ con la zona di ricerca) era stato detto di fare, più che altro, uscite esplorative lungo il ramo di Lecco, cioè di rilevare qualche carattere generale dei luoghi toccati e di prendere contatti con eventuali informatori, in preparazione alla ricerca vera e propria da svolgere con almeno un altro dell’Istituto o semplicemente a scopo indicativo per i ricercatori già incaricati per l’Adda.46

Queste note di ricerca, che Cristina Melazzi definisce “uno schema ragionato dagli appunti presi per la sponda est”,47 offrono una visione d’insieme dei paesi indagati, raccogliendo dati sul mercato del lavoro locale, sulla presenza di società operaie, sulle usanze tradizionali e sulle memorie della Seconda guerra mondiale e della Resistenza.48 Ma, gli appunti di Melazzi risultano particolarmente significativi perché riflettono sullo scarto tra l’aspettativa di raccogliere voci “antagoniste” e l’effettiva emersione, nei racconti, di “mentalità borghesi” o “ideologie da ceto medio”. Le sue osservazioni esprimono un certo disincanto rispetto all’idea, allora centrale nella politica culturale dell’IEdM, secondo cui le testimonianze raccolte avrebbero dovuto rientrare spontaneamente in una cornice “antagonista”, interpretata come naturalmente oppositiva rispetto a quella dominante o borghese:

1) si può richiamare il discorso che facevamo con Franco C. [Coggiola] dopo la registrazione con una famiglia contadina a Robbianico (Abbadia Lariana) a proposito delle possibili riserve sul senso (o non senso) ‘politico’ di testimonianze come quella, che rifletteva una ‘mentalità borghese’, una ‘ideologia da ceto medio’. Si diceva: è assurdo pretendere che dappertutto dove si va a registrare, si trovino compagni (come ‘coscienza’) sarebbe bello (e giusto), vorrebbe dire anche il potere (!). Ma siccome non ci siamo ancora, è inutile prendersela per le ‘delusioni’.

2) E come se non sapessimo quanto (adesso soprattutto) questa ideologia prema per arrivare dappertutto e a fondo […]. Del resto, è anche proprio in seguito a questa constatazione (e la ricerca in questo senso fa constatare, insegna) che il lavoro di ricerca si fa per ribaltare questa situazione, per intervenire cioè per costruire, a partire dalla realtà (anche deludente, chiaro) e sulla realtà, strumenti di intervento.49

Vediamo come il disincanto che ne deriva non la porta a rinunciare alla dimensione politica della ricerca, ma piuttosto a ripensarla come occasione per costruire “strumenti di intervento” a partire da una realtà percepita, a tratti, come deludente. Sebbene gran parte degli esempi analizzati testimoni la profonda aderenza delle progettualità dell’IEdM a un approccio militante – dall’impostazione della ricerca alla cornice interpretativa entro cui venivano realizzati i dischi –, le iniziative dell’Istituto nei primi anni Settanta sono attraversate da una tensione: la volontà di promuovere un’interpretazione militante della cultura popolare si confronta con la resistenza delle fonti a essere incasellate in una lettura univoca. Lo stesso Portelli aveva osservato come le interviste raccolte per il disco sulla borgata romana, restituissero non un discorso lineare, ma “la testimonianza delle contraddizioni attraverso cui avviene questo processo”, mostrando l’influenza di nuovi pregiudizi culturali, il condizionamento del “che dice la gente”, il mito della casa come status symbol, l’individualismo.

Nella storiografia della storia orale è stato rilevato che questa impostazione tra i tardi anni Settanta e i primi anni Ottanta, subisce una crisi, che apre a nuove prospettive analitiche e determina un notevole progresso qualitativo degli studi realizzati con le fonti orali.50 È importante osservare i momenti in cui si verifica questo scollamento tra visioni e immaginari ideologici e ciò che la ricerca insegna nella pratica: quando la realtà si rivela più complessa e meno schematizzabile di quanto inizialmente previsto. Ed è significativo il fatto che, già nei documenti dei primi anni Settanta, prodotti dall’IEdM, si trovino indizi di questo cambio di paradigma. Ne troviamo un altro esempio nelle relazioni di Franco Coggiola e Alessandro Portelli al primo convegno italiano di studi etnomusicologici, tenutosi a Roma nel 1973.51 Negli interventi di Coggiola e Portelli inizia infatti a delinearsi una riflessione più puntuale sul rapporto tra ricercatore e soggetti intervistati, sul loro coinvolgimento attivo nel processo di ricerca e di diffusione dei risultati, che apre la strada a una concezione dell’intervista come scambio, come rapporto tra pari, non gerarchico, destinata a consolidarsi negli anni Novanta attraverso l’elaborazione del concetto di autorialità condivisa (Portelli, 1992, p. 51-66).

L’intervento di Coggiola contribuisce alla sezione Archivi e Istituzioni degli atti del convegno. Nello scritto, il rapporto tra ricercatore e soggetti intervistati assume un ruolo sempre più centrale. L’obiettivo dell’Istituto, scrive Coggiola, è quello di “stimolare e far maturare numerose esperienze di base, collegandosi con gruppi locali sia per il lavoro di ricerca sia per quello di riproposta e di diffusione dei risultati”.52 Di nuovo, come nelle produzioni degli Archivi Sonori, troviamo una sottolineatura del protagonismo delle persone oggetto della ricerca, non più soltanto oggetto ma investite pienamente nel processo di ricerca, messe nella condizione “di esprimersi nella totalità delle sue forme e dei suoi valori”:53

Se si vuole che la ricerca non diventi una passiva raccolta di dati astratti dal loro contesto storico-sociale, con conseguente stravolgimento del significato della documentazione raccolta. […] non meno importante ci appare oggi la necessità di superare tutti quei tagli metodologici che non consentano al mondo popolare e proletario (soggetto-oggetto della ricerca) di esprimersi nella totalità delle sue forme e dei suoi valori.54

Questo approccio riflette una concezione del ricercatore inteso non come osservatore esterno, ma come attore partecipe, inserito nelle dinamiche locali in cui si sta svolgendo la ricerca, capace di lasciare “tracce non soltanto formali, ma concrete, organizzative” nelle comunità coinvolte:

In questa nuova concezione della ricerca si colloca diversamente anche la figura del ricercatore: non serviranno delle persone il cui passaggio in una comunità, in una situazione, in una occasione, rimanga senza conseguenza; non basteranno degli estranei, per quanto competenti e preparati, tesi soltanto alla raccolta di dati e documenti, se il lavoro di ricerca non coinvolgerà i soggetti stessi della vicenda, i protagonisti della storia. […] Sottolineando l’enorme importanza che può assumere la figura del ricercatore in quanto portatore di stimolo alla ricerca, che lascia al suo passaggio tracce non soltanto formali, ma concrete, organizzative, all’interno delle strutture di base che si assumeranno il compito di continuare progressivamente un lavoro che mai si può dire terminato.55

Nel corso dello stesso Convegno, interviene anche Portelli, in qualità di ricercatore dell’Istituto, con una relazione sui canti politici del Lazio. Il rapporto tra ricercatore e “informatore” e la critica a chi, nelle situazioni di ricerca, si pone come “giudice o questurino autoritario sul piano culturale” sono centrali anche nel suo intervento. Afferma Portelli che la ricerca è pensata non solo per “conoscere la realtà, ma per cambiarla”, ponendo “la politica al primo posto”, scrive: “il fatto di porci esplicitamente al di fuori delle istituzioni ufficiali e l’approccio politico stimolavano negli informatori una insolita libertà di espressione”.56 Aggiunge:

A parte il chiaro ed efficace contenuto politico di questa canzone, mi sembra utile osservare che l’attacco rivolto dal suo autore a ”questurini, giudici, avvocati/ pilastri primo de ‘sta società” basata sulla repressione riguardi anche chi si pone come giudice o questurino autoritario sul piano culturale, decidendo dall’esterno che cosa va riconosciuto o respinto della cultura degli operai e dei contadini e giudicando dal di fuori se compiano o meno il loro dovere di contestazione. Mi sembra insomma che da questa, come dalle altre canzoni ascoltate, emerga l’indicazione che, mentre noi stiamo qui dentro a studiare loro, loro stanno fuori e studiano noi.57

La frase con cui Portelli chiude il suo intervento ribalta la relazione tra ricercatore e intervistato, segnalando il superamento di un approccio gerarchico nella produzione della conoscenza e che dà la misura di quanto le riflessioni dell’IEdM negli anni Settanta prefigurino il modo di intendere “l’inter/vista” intesa come scambio di sguardi e pratica multivocale, tematizzata più puntualmente da Portelli stesso durante gli anni Novanta.58

Abbiamo visto come l’approccio dell’IEdM al lavoro di ricerca e intervento attraverso le fonti orali si inserisca pienamente in un paradigma militante, transdisciplinare e antiaccademico per vocazione.59 Come scrive Coggiola: “un orientamento interdisciplinare e distante dalle suddivisioni disciplinari validate in ambito accademico” (Coggiola, 1973).60 In questo contesto, alcune scelte fatte dall’Istituto sembrano anticipare quelle che oggi vengono definite radical public history (Meringolo, 2021, p. 2) e, nel campo della storia orale, radical oral history (Kerr, 2016, p. 367-391). Si tratta di pratiche fortemente proiettate verso il futuro, caratterizzate da una tensione antiaccademica e impegnate nella promozione della giustizia sociale, con un chiaro obiettivo di costruire un patrimonio più inclusivo.

Allo stesso modo, si possono rintracciare affinità con ciò che oggi viene definito rapid-response collecting, un approccio che mira a documentare eventi di conflittualità sociale e politica, riconoscendo in essi una portata storica in divenire (Message, 2014, p. 42-74).

Questa tensione, come abbiamo visto, si riflette nella “storia immediata” che l’Istituto pratica e intende come il frutto di ricerca di campo, di immersione in contesti di conflittualità politica, di incontro e condivisione di responsabilità con i soggetti-oggetti della ricerca.

Come osserva Denise Meringolo a proposito della genealogia delle pratiche riconducibili alla radical public history, l’obiettivo che ci si può porre quando si intraprendono queste ricostruzioni a ritroso di pratiche di ricerca non è tracciare una linea diretta e coerente tra passato e presente, poiché si tratta spesso di storie frammentarie, portate avanti non tanto attraverso istituzioni formali o processi di professionalizzazione, quanto grazie a legami personali e reti informali: “Our work attempts to connect the fragments”, scrive Meringolo, recuperando i fili di influenza che si intrecciano profondamente nella storia di queste pratiche (Meringolo, 2021, p. 8).

Osservare le progettualità dell’IEdM significa cogliere una sperimentazione seminale che attraversa tutte le fasi del processo storico: Riprendendo la metafora di Cauvin, che paragona la public history a un albero, l’Istituto si muove dalle radici – la fase di ascolto e conservazione dei documenti – fino alle foglie, che simboleggiano gli usi pubblici di quelle fonti, ovvero il momento della loro rielaborazione collettiva e della messa in circolazione (Cauvin, 2023, p. 73). La frase di Portelli – “mentre noi stiamo qui dentro a studiare loro, loro stanno fuori e studiano noi” – non è solo una battuta provocatoria, ma una chiave di lettura di quella stagione: segna il momento in cui l’istanza politica non viene abbandonata, ma inizia a riformularsi, aprendosi all’ascolto delle contraddizioni e riconoscendo nei soggetti intervistati degli interlocutori attivi, capaci di ridefinire i confini stessi della ricerca.

BIBLIOGRAFIA

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    » https://doi.org/10.5130/phrj.v30i0.8382
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  • DICHIARAZIONE DI DISPONIBILITÀ DEI DATI:
    I dati a supporto dei risultati di questo studio sono stati pubblicati nel presente articolo.
  • 1
    In Archivio Istituto Ernesto de Martino (d’ora in poi AIEdM), Fondo IEdM, Y2, R4, f. 9, b. Atti I.E.d.M., Regolamento provvisorio della sezione archivi e biblioteche dell’Istituto.
  • 2
    In Archivio Istituto Mantovano di Storia Contemporanea (d’ora in poi AIMSC), Fondo Bosio, f. 298, b. 74, Il NCI fasc. I.
  • 3
    Significativamente anche Bosio stesso, nel suo Uomo folklorico e uomo storico, aveva definito l’Istituto come “il tempio della cultura militante” (Bosio, 1998, p. 242).
  • 4
    Come ricostruito da Antonio Fanelli, l’idea di creare un Istituto di ricerca sulla cultura popolare e proletaria era in programma già dal 1957 (Fanelli, 2009, p. 41-52).
  • 5
    Cfr. C. Bermani (a cura di), Gianni Bosio: cronologia della vita e delle opere, presente sul sito dell’Istituto Ernesto de Martino, al sito: https://www.iedm.it/istituto/gianni-bosio-cronologia-della-vita-e-delle-opere/, consultato l’ultima volta in data 2/09/2025. Sul posizionamento di Bosio nell’ambito del Psi si vedano i lavori di Valerio Strinati, in particolare il più recente, V. Strinati (2022, p.23-77).
  • 6
    In AISCM, Fondo Bosio, f. 297. b. 73. Per quanto riguarda la fondazione dell’IEdM, si veda anche C. Bermani (1986, p. 229).
  • 7
    AIEdM, Fondo IEdM, Y2, R4, f. 9, b. Atti I.E.d.M., Verbale della riunione del Comitato Scientifico Provvisorio del costituendo Istituto Ernesto De Martino. La centralità della tutela della proprietà intellettuale dei documenti sonori registrati sul campo, riconosciuta sia ai portatori, sia ai ricercatori, è confermata anche dal Regolamento provvisorio della sezione archivi e biblioteche, che su questo aspetto si sofferma dettagliatamente: “Queste norme sono dirette da un lato a garantire la proprietà intellettuale dei documenti e delle elaborazioni originali, e dall’altro a prefigurare e promuovere una tutela legislativa appropriata della espressività popolare e proletaria, considerata fino ad oggi anonima e perciò sprovvista di qualsiasi protezione e per la quale l’Istituto intende riconoscere una “paternità rappresentativa” sia al portatore che al ricercatore”, in AIEdM, Fondo IEdM, Y2, R4, f. 9, b. Atti I.E.d.M., Regolamento provvisorio della sezione archivi e biblioteche dell’Istituto.
  • 8
    Sul ruolo pionieristico dell’IEdM rispetto alla sensibilità per la descrizione e la conservazione delle fonti orali si veda la Tesi di Dottorato di P. Urru (2023, p. 81-82). Urru, sottolinea la centralità delle riflessioni di Willa Klug Baum contenute nel libro Transcribing and editing Oral History (1977). Il testo rappresenta un momento importante nel dibattito sulla trascrizione e sul trattamento della fonte orale che rispecchia il cambiamento di prospettiva in atto negli ultimi anni fortemente orientato alla conservazione e all’accessibilità.
  • 9
    Gianni Bosio a Leda Rafanelli, Milano, 28 maggio 1968, in AIEdM, Fondo Edizioni Avanti! -Del Gallo, CORRVARIA 37.
  • 10
    L’Elogio del magnetofono viene considerato tale in gran parte della letteratura specialistica relativa alle varie attività di organizzazione culturale promosse da Gianni Bosio, in particolare cfr. Bruno Bonomo (2015, p. 52–53); J. Tomatis, (2024, p. 62).
  • 11
    La prima versione ciclostilata è datata ottobre 1966 ed esce come Quaderno n.3, edito dalla Lega di Cultura di Piadena nel maggio 1967. L’Elogio del magnetofono. Chiarimento alla descrizione dei materiali su nastro del fondo Ida Pellegrini viene pubblicato poi nella prima edizione de L’intellettuale rovesciato, il n.7 degli Strumenti di Lavoro/archivi delle comunicazioni di massa e di classe, uscito nel novembre 1967. Nel 1970, viene pubblicato come volume della collana Strumenti di Lavoro/Archivi dell’Istituto Ernesto de Martino, con il titolo Documenti orali nei primi centonovantasei nastri del fondo Ida Pellegrini, Volume primo: descrizioni e trascrizioni per gli anni 1960-1966 (Bosio, 1970). In questo articolo, la versione citata è quella del 1970.
  • 12
    Si veda G. Bosio (1981). Cfr. anche C. Bermani (2009, p. 81-101).
  • 13
    Il non canto viene così introdotto: “Si sono dovuti perciò stabilire criteri assai semplici per poter catalogare il racconto, l’autobiografia, i riti, gli spettacoli, le fabulazioni, le testimonianze, elementi i quali formano il complesso più rilevante dei documenti del Fondo Ida Pellegrini. […] Il ‘non-canto’ appare in tondo (non sottolineato) accompagnato da un’elencazione degli argomenti specifici che contiene”. Significativamente, un esempio di “testimonianza storica” appartenente a questa tipologia è presente nella parte conclusiva dello stesso numero 1 degli Strumenti di lavoro, al termine della lunga elencazione descrittiva dei 196 nastri del fondo Ida Pellegrini. Si tratta di 35 pagine di intervista alla militante Camilla Ravera, realizzata il 27 maggio 1966, a Roma. I temi affrontati includono l’occupazione delle fabbriche, il gruppo dell’Ordine Nuovo, la situazione politica di Torino durante la Prima guerra mondiale, si veda Bosio (1970, p. 365). Un altro esempio di intervista realizzata da Bosio, appartenente a questa categoria, è quella a Pietro Nenni, analizzata da Valerio Strinati (2022, p.119-240).
  • 14
    Gianni Bosio a Giorgio Nataletti, 9 gennaio 1967, Milano, in AIEdM, Fondo Ed Avanti-Ed. del Gallo, CORRVARIA 36 (2).
  • 15
    Ibid.
  • 16
    In ordine di apparizione: I maggi della Bismantova vol I (1967); I maggi della Bismantova vol II (1967); Congres Internationale de Federations Anarchistes vol I (1968); Congres Internationale de Federations Anarchistes vol II (1968); Donna Lombarda - Il nigra cantato (1969); Venezuela in questo momento guerriglia (1970); I fatti di Milano (1970); SOS - Qui parlano i poveri cristi della Sicilia Occidentale attraverso la radio della Nuova Resistenza (1970); Roma - la borgata e la lotta per la casa (1972); Milano - Lotta operaia alla Crouzet (1972); Angola chiama (1973); Filati Lastex alla riscossa (1975).
  • 17
    In I Maggi della Bismantova, SdLAS 1-2, a cura dell’Istituto Ernesto de Martino. Si veda anche in G. Bosio (1998, p. 175).
  • 18
    Ibid.
  • 19
    Ibid.
  • 20
    Donna Lombarda – Il Nigra cantato SdLAS5. realizzata insieme a Bruno Andreoli, Gian Luigi Arcari, Dante Bellamio, Gianni Bosio, Caterina Bueno, Franco Castelli, Riccardo Schwamenthal, Michele L. Straniero -
  • 21
    La rappresentazione popolare. I Maggi della Bismantova, a cura di Gianni Bosio e Franco Coggiola, vol I. allegato al disco AS 1/2, p. 5-9, maggio 1967, Edizioni del Gallo, Milano. Si veda anche G. Bosio (1998, p. 173).
  • 22
    In Libretto di corredo al disco I fatti di Milano (SdL/AS/7).
  • 23
    La categoria di storia immediata viene usata anche da Bermani nell’introduzione al Trattore ad Acquanegra di Bosio, cfr. (Bosio, 1981, p. XXVIII). Così Bermani definisce la categoria: “‘storia immediata, per la prossimità temporale della classificazione, del montaggio e della razionalizzazione agli avvenimenti, e per la vicinanza materiale dell’autore ai fatti esaminati. Era controinformazione storica opposta alla ‘informazione’ giornalistica”.
  • 24
    Mi riferisco a: Milano. Lotta operaia alla Crouzet (SdL/AS/11); Roma, la borgata e la lotta per la casa (SdL/AS/10); Bergamo Redona. Filati Lastex alla riscossa (SdL/AS/12).
  • 25
    Libretto di corredo al disco Roma, la borgata e la lotta per la casa (SdL/AS/10), p. 4-5.
  • 26
    Ivi, p. 6-7.
  • 27
    Ivi, p. 25-26.
  • 28
    La modalità di raccolta di interviste brevi e anonime richiama quelle che A. Casellato definisce “schegge di oralità rubate a persone in transito”, a proposito della raccolta condotta da Marco Revelli e Brunello Mantelli davanti ai cancelli della Fiat nel 1978 (Casellato, 2014, p. 260).
  • 29
    Libretto di corredo al disco, Bergamo Redona. Filati Lastex alla riscossa (SdL/AS/12), p. 3-4.
  • 30
    La rappresentazione popolare. I Maggi della Bismantova, a cura di Gianni Bosio e Franco Coggiola, vol I. allegato al disco AS 1/2, p. 5-9, maggio 1967, Edizioni del Gallo, Milano. Cfr. anche G. Bosio (1998, p. 174).
  • 31
    Libretto di corredo al disco, Milano. Lotta operaia alla Crouzet (SdL/AS/11), p. 3.
  • 32
    Ibid.
  • 33
    Ivi, p. 3-4.
  • 34
    Ivi, p. 4-5.
  • 35
    Ibid.
  • 36
    Ivi, p. 5-6.
  • 37
    Libretto di corredo al disco, Bergamo Redona. Filati Lastex alla riscossa (SdL/AS/12), p. 47.
  • 38
    Il gruppo di ricercatori e ricercatrici era composto da: Gianfranco Azzali, Domenico Baronio, Graziano Baronio, Dante Bellamio, Otello Bellamio, Cesare Bermani, Maria Luisa Betri, Ornella Brocca, Giuseppe Castagnetti, Franco Coggiola, Vitti Fiora, Massimo Giuffredi, Clara Longhini, Giuseppe Morandi, Riccardo Schwamenthal, Silvio Uggeri. Cfr. Istituto Ernesto de Martino (1975, p. 61-57).
  • 39
    Nella relazione di Franco Coggiola al primo Convegno di etnomusicologia in Italia si sottolinea l’impostazione non settoriale delle ricerche portate avanti dall’IEdM: “l’orientamento dell’Istituto, particolarmente sensibile al superamento della settorialità degli studi, interessato alle relazioni tra la storia del movimento operaio e la sua propria cultura, ossia a un settore della ricerca che sollecita apporti interdisciplinari”, in D. Carpitella (1975, p. 267).
  • 40
    Scrivono nella relazione: “ci si è preoccupati di mettere in azione équipes che potessero procedere - per quanto possibile - anche alla fissazione della dimensione visiva. La particolarità di alcune situazioni ha inoltre consigliato che la fissazione del materiale orale fosse svolta direttamente da chi aveva delle competenze specifiche riguardo alla storia del movimento operaio, il mondo magico, determinati metodi di lavoro artigianali e industriali, determinati ambienti” in Istituto Ernesto de Martino (1975, p. 61- 65).
  • 41
    In AIEdM, Nastroteca, FaC – Adda 127, La registrazione viene effettuata il primo giugno 1974.
  • 42
    Intervista a Cesare Bettini, realizzata il 6 maggio 1973 a Truccazzano (MI), da Cesare Bermani e Maria Luisa Betri. AIEdM, Nastroteca, FaC – Adda 020, La registrazione, della durata di 46 minuti, si svolge a casa dell’informatore a Cassano D’Adda (CO).
  • 43
    Intervista a Bettini Pietro, cit., minutaggio: 00:01.
  • 44
    A. Portelli, in D. Carpitella (1975, p. 269)
  • 45
    Franco Coggiola a Cristina Melazzi, 22 novembre 1973, Milano, in AIEdM, Fondo IEdM, Corrispondenza.
  • 46
    Ricerca Adda, Relazione fino al 27 novembre 1973 - Cristina Melazzi (Bellagio). Documento gentilmente offerto da Cristina Melazzi, conservato presso il suo archivio personale.
  • 47
    Ibid.
  • 48
    Ricerca Adda, Relazione fino al 27 novembre 1973 - Cristina Melazzi (Bellagio). Documento gentilmente offerto da Cristina Melazzi, conservato presso il suo archivio personale.
  • 49
    Ricerca Adda, Area due - Riccardo Schwamenthal, Cristina Melazzi, Relazione sulle uscite. Il documento è conservato presso l’archivio personale di Cristina Melazzi.
  • 50
    Cfr. B. Bonomo (2015, p. 61-65); A. Casellato (2014, p. 261).
  • 51
    Il Convegno si è tenuto a Roma dal 29 novembre al 2 dicembre 1973, organizzato dalla Società italiana di etnomusicologia. Cfr. D. Carpitella, (1975) Si tratta di un documento importante, di sintesi dello scenario degli studi musicologici italiani e degli enti e soggetti impegnati nella raccolta e valorizzazione di fonti sonore. Raccoglie i contributi dei maggiori rappresentanti di quella stagione di ricerche: Diego Carpitella, Alberto M. Cirese, Roberto Leydi, Antonino Buttitta, Luigi M. Lombardi Satriani, Clara Gallini. Mentre per la sezione Sedute di ascolto, i contributi di: Alessandro Portelli, Glauco Sanga, Italo Sordi, Annabella Rossi, Roberto De Simone.
  • 52
    Tra le esperienze di base maturate e intercettate dall’IEdM, Coggiola cita, a titolo di esempio, le leghe culturali di Acquanegra sul Chiese, di Piadena, della Bassa Padana (Suzzara) e i circoli di cultura proletaria di Soresina, di Quinto Romano, di Modena; il circolo Gianni Bosio di Roma e la lega di cultura proletaria di Tolfa (Valnerina).
  • 53
    In D. Carpitella (1975, p. 268).
  • 54
    Ibid.
  • 55
    Ivi, p. 270.
  • 56
    In D. Carpitella (1975, p. 239). Oltre all’intervento di Coggiola, negli atti del convegno è presente anche un intervento di Alessandro Portelli, che, come abbiamo visto, era un membro attivo dell’IEdM, soprattutto negli anni di passaggio tra anni Sessanta e Settanta. L’intervento di Portelli è collocato nella sezione Sedute di ascolto, e dedicato ai canti politici del Lazio.
  • 57
    Ivi, p. 242.
  • 58
    Si veda A. Portelli (1992, p. 51-66). Il testo è pubblicato per la prima volta in italiano nel 1994 (Portelli, 1994). Si veda anche Ead (1997, p. 24-39).
  • 59
    Per una recente riflessione di respiro internazionale sulla storia orale come pratica di confine tra discipline si veda S. Trower (2023, p.1-13). Per una sintesi dell’evoluzione della storia orale in lingua italiana, in cui ugualmente si sottolinea il suo carattere transdisciplinare si veda B. Bonomo (2015, p. 38-42).
  • 60
    Per quanto riguarda la storia orale, in Italia il suo riconoscimento accademico si colloca nella seconda metà degli anni Settanta, con la prima conferenza internazionale Fonti orali, antropologia e storia, organizzata presso l’Università di Bologna nel 1976. La Public History, invece, trova un primo atto formale in Italia con la nascita dell’Associazione Italiana di Public History (AIPH), istituita nel giugno 2017 durante il convegno internazionale della International Federation for Public History (IFPH) a Ravenna. La stessa IFPH era stata fondata tra il 2010 e il 2011. Si veda P. Bertella Farnetti, Lorenzo Bertuccelli, Alfonso Botti et. al (2017, p. 7).
  • Editor responsabile:
    Ely Bergo de Carvalho

Data availability

I dati a supporto dei risultati di questo studio sono stati pubblicati nel presente articolo.

Publication Dates

  • Publication in this collection
    12 Dec 2025
  • Date of issue
    2025

History

  • Received
    12 Mar 2025
  • Reviewed
    3 Oct 2025
  • Accepted
    27 Aug 2025
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Pós-Graduação em História, Faculdade de Filosofia e Ciências Humanas, Universidade Federal de Minas Gerais Av. Antônio Carlos, 6627 , Pampulha, Cidade Universitária, Caixa Postal 253 - CEP 31270-901, Tel./Fax: (55 31) 3409-5045, Belo Horizonte - MG, Brasil - Belo Horizonte - MG - Brazil
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